Qui a Torino, se una mattina l’autunno si sveglia di buon umore e butta la vestaglia grigia foderata di nebbia per indossare l’abito da cerimonia, è sempre festa, anche se il termometro non è d’accordo. Come eri, ad esempio. Se andavi in giro, ovunque ti voltassi, la città aveva un abbigliamento sontuoso. Il cielo azzurro e terso le faceva parrucca, e sotto di essa spuntava la frangia bianca delle Alpi (aveva appena nevicato basso). Per cappello aveva un sole tiepido che invitava persino a laserté* e per profumo un venticello tenue, ma bastevole a spettinar la chioma degli alberi, facendone cadere la forfora qua e là. Ora poche foglie esitanti, che volteggiavano inseguendosi in virate e cabrate prima di atterrare lontano, ora tante insieme che scoriandolavano giù all’improvviso, posandosi vicino al tronco.
Come sciarpa Torino esibiva i lunghi viali alberati dai colori cangianti (verde ancor pieno, giallo, rosso… in ogni sfumatura, fino al marrone stanco) e per mantello aveva indosso, oltre i tetti, la morbida collina che riprendeva a macchie sparpagliate le tinte parallele e ordinate della sciarpa. Come sottana aveva siepi gravide di bacche, e rampicanti rosso vivo sui muri di cinta delle ville. Come scarpe le aiuole dei giardini, ancora verdi e lustre di rugiada sotto le ghette gialle delle foglie. L’invito alla Grande Cerimonia era sui banchi dei mercati: topinabò*, cardi gobbi, bierave* lesse e al forno, siole rustìe* e povron dla rapa* chiamavano a raccolta i vecchi piemontesi per il rito invernale della bagna caoda, quella salsa divina che i ragazzi non mangiano più per non sapere d’aglio, dopo.
Dròla di un’epoca, la nostra, di fobia tutta nuova per gli odori gagliardi, di manìa per l’igiene che infiacchisce le difese immunitarie alle ultime generazioni rendendole vulnerabili ai batteri come già sono fragili alle avversità per esserne state protette in modo esagerato fin dalla culla. Invece noi grigioni, convessi d’epa e concavi d’umore, abbiamo degli anticorpi grandi come bòie panatére*, e non c’importa della gente che per giorni schiverà il nostro fiato olente d’aglio. Ce la faremo eccome, la bagna d’ij povron, bevendo vini giovani e rossi, e canteremo; baron litron, Maria Gioàna, bel oselin del bosch… ed anche i cori alpini e le ballate. E se avremo dei giovani fra noi ci ascolteranno rapiti, sorpresi nel capire quanta forza aggregante abbia il cantare (bene) tutti insieme, spiaciuti che un simile tesoro gli sia stato negato (senza che ne abbiano colpa) perché il mondo è andato così, e nessuno al giorno d’oggi fa più i cori, né in piola*, né in casa. E dire che mi sembra ieri quando da gagno* smettevo di giocare a palicia* verso sera per correre in bottiglieria, perché era l’ora che arrivavano i manòcia* dalle boite*, ancora in tuta, a fesse ‘n quartin e ‘na cantà prima ‘d sin-a*. Due bicchieri, e i cori decollavano. Altro che palicia e figiu*! Era quello il mio teatro. Prima, prima di Carosello.
LEGENDA *
laserté = termine piemontese intraducibile. Letteralmente “lucertolare” fare come le laserte, le lucertole, che si godono il sole ferme sulle pietre // topinabò = distorsione piemontese del francese topinambours: fiori gialli le cui radici simili a patate si mangiano con la bagna caoda // bierave= barbabietole rosse // siole rustìe = cipolle al forno // povron dla rapa = peperoni leggermente aciduli perché messi a “conciare” per mesi in botticelle, fra strati di vinacce spremute (la rapa in piemontese è il graspo) estratte dai torchi // bòie panatére = scarafaggi // piola = osteria popolare, bettola // gagno = bambino // palicia = gioco che si faceva sulla terra dei controviali lanciando da venti metri una pietra piatta (il licia) contro il mucchio di figurine poste su una H: quelle che, colpite, volavano fuori dalla H, erano vinte dal tiratore // manòcia = operai // bòite = piccole officine artigianali // a fesse ‘n quartin e ‘na cantà prima ‘d sin-a = a bersi un quartino di vino e farsi una cantata prima di cena // figiu = figurine