Saturday, February 6, 2010

Le fonti dei mieli sono le arnie

Non è vero che la sinistra controlla i mass media e la cultura in modo ferreo. Qualcosa sfugge, tra le maglie della rete. Per la precisione, tra quelle di Rete 4, dove nel febbraio di sei anni fa andarono in onda ben due serate incentrate sui crimini del comunismo russo, a una settimana di distanza l’una dall’altra. L’ora non era proprio quella dei grandi ascolti (dalle 23,30 all’una), ma ricordo che me ne rallegrai molto: era comunque un inizio. La trasmissione era condotta da Cecchi Paone, il quale per poter sdoganare quelle testimonianze sugli orrori sovietici aveva dovuto farle precedere da altre puntate “anestetiche” sull’Olocausto nazista, e soprattutto intitolare “Stalin” le due trasmissioni sulla Russia, come per addossare unicamente al bieco tiranno rosso l’immane tragedia che stava per passare sul video. Ma poi Paolo Mieli, nel commento finale, diede la botta. Disse che non bisogna rifugiarsi nella comoda illusione che tutto ciò non sarebbe avvenuto se non ci fosse stata la mente criminale di Stalin a volerlo. Tutto ciò ERA ED E’ nella logica del comunismo. Avrebbe fatto le stesse cose (ed aveva già incominciato a farle) Lenin se non fosse morto nel ‘24, o Trozkji se non fosse stato costretto a fuggire, o chiunque altro si fosse trovato al vertice del regime sovietico.

Mi fece un effetto strano - lo ricordo come se fosse ora - sentir dire queste verità da un ex-militante di Potere Operaio che nel ’71 aveva dato del “torturatore” al commissario Calabresi e che aveva minacciato un Procuratore della Repubblica con queste precise parole: «…quando i cittadini da lei imputati gridano “lotta di classe, armiamo le masse”, noi lo gridiamo con loro. Quando essi s’impegnano a combattere un giorno con le armi in pugno contro lo Stato fino alla liberazione dai padroni e dallo sfruttamento, noi ci impegniamo con loro…». Era proprio quello il lessico politico della “meglio gioventù”. Chi c’era, se lo ricorda. Ma poi gli anni ‘70 passarono, e Mieli “sciacquò i panni in Corso Marconi” passando a dirigere La Stampa e il Corriere. Soprattutto mostrò (come molti altri leader del ‘68, del resto) un ottimo fiuto per i carri vincenti, salendo prima su quello di Craxi, poi su quello di Dipietro durante Tangentopoli, e infine su quello di Scalfari e Prodi nella lotta al Cavaliere, dal quale però prendeva i gettoni come consulente storico di Rete Quattro.

Un vero fuoriclasse del valzer. Ma era proprio questa sua dote che mi rendeva ottimista, mentre ascoltavo le sue parole su Lenin. Il fatto che avesse indossato negli anni 2000, pur senza aver pedigree accademici, la veste di storico, e in tale ruolo si fosse permesso di tirare (dalla più “targata” delle reti Mediaset, poi) una simile mazzata agli ex-compagni, mi fece pensare che avesse fiutato un’aria nuova, e si stesse adeguando. Fino ad allora non ne aveva sbagliata una. E oggi, dopo sei anni, devo riconoscere che feci bene allora a sentirmi ottimista: vedendo come si è ridotta la sinistra, il buon Mieli non aveva sbagliato neanche quella giravolta. Peccato che non avesse citato le sue fonti, in quelle due trasmissioni. Non fu corretto. Se l’avesse sentito Lorifrac…

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Friday, February 5, 2010

Non amate la topa? Eccovi il topo

k0217871Eccole che spuntano, le pantegane. Appena scrivi cose a loro sgradite, i compagni scendono in campo, e sempre con la loro spocchia da presunta superiorità intellettuale. Naturalmente (ma quello è ormai fisiologico, per loro, come per i cani alzar la gamba nel pisciare) usano il solito doppiopesismo. Loro possono sputar sentenze su ogni cosa, quantificare i morti “a occhio e croce”, ma da me pretendono rigore assoluto e documentazione pignola. Anche se un post non può (e non deve) essere un trattato. Anche se un giornalista non è obbligato, per parlare di storia, ad essere uno storico nel senso accademico della parola. Però, se non fai così, se non farcisci il tuo pezzo “storico” di note su note, parentesi, richiami, nomi, link, libro tale, editore tale, pagina tale, eccetera… i tuoi sono solo “discorsi da bar sport”. L’ultima, più raffinata versione del bar sport è apparsa oggi: “nel leggere il tuo post ho tratto la medesima impressione che mi suscitano alcuni programmi di approfondimento sportivo…”. Una volta uno mi ha scritto: “i suoi articoli sembrano discorsi da ascensore” senza neppure rendersi conto che se c’è un posto dove la gente non parla è proprio l’ascensore. Ma tant’è. Son solo i vecchi trucchi dialettici che una volta, nelle sezioni di quartiere del Pci, venivano insegnati agli attivisti dai capetti che erano stati alle Frattocchie a “scuola di partito”

“Quando discutete, compagni, esigete sempre dall’avversario la citazione  delle sue fonti. Se le cita, mettetele sempre e comunque in discussione. Se non ne cita, irridetelo. Spiazzatelo con atteggiamenti di superiorità, fingete di aver maggiori informazioni…” E purtroppo qualcuno ci casca sempre perché piano piano le fonti se le sono accaparrate tutte loro. Se per quasi un secolo non lasci far carriera accademica, non lasci pubblicare libri, non lasci scrivere sui giornali, non lasci parlare alla Tv chi non la pensa come vuoi tu, è difficile che poi chi vuole confutare le tue tesi trovi subito la documentazione necessaria. Le fonti “sono loro”… E se non sono loro, non sono “autorevoli”, e quindi non sono credibili. Perché? Ma perché non hanno avuto riconoscimenti ufficiali (che danno loro), né premi (idem), né citazioni a domino (idem). Uno fatica il decuplo, a trovarle. E quando le trova loro non le accettano, storcono il naso, fanno come la Chiesa di fronte a Galileo: “Le Sacre Scritture non lo dicono, quindi tu affermi il falso: abiura o vai al rogo”. “Wikipedia ha la stessa credibilità di Dysneyland” sghignazzano se la citi come fonte a loro contraria. Invece diventa Scrigno della Verità Rivelata se (per caso: di solito non si curano di documentare le loro affermazioni) la citano loro.

E così è per tutto il resto. Guardate gli insulti, gli stop in carriera e le umiliazioni accademiche che si è preso Renzo De Felice, il maggior storico del fascismo, accusato dal Pci di “voler sdoganare il Duce”. Guardate che fatica ha fatto il “Libro nero del Comunismo” per vedere la luce. Prima, anni e anni di ricerca pignolissima di documenti originali e inoppugnabili (perché gli storici che l’hanno scritto sapevano che le loro fonti sarebbero state passate al microscopio), poi la ricerca (faticosa) di un editore, poi quella (ancor più faticosa) di un traduttore italiano… Da noi quel libro è arrivato vent’anni dopo la sua pubblicazione in Francia. Avrebbe dovuto essere adottato come testo obbligatorio nei licei, invece è passato sotto silenzio. Stesso discorso per il libro “Il sangue dei vinti” di Pansa, che pure è un ex tesserato Pci. “sporco rinnegato!” gli ha sibilato in coro la sinistra, da Giorgio Bocca a Asor Rosa. E poi giù a radiografare le sue fonti, sperando invano di prenderlo in castagna. Ma Pansa, che lo sapeva, ci ha messo il triplo di tempo a scriverlo, però ha raccolto una documentazione blindata. E allora? Via con le solite strategie! Ignorarlo. Mai citarlo. Mandare gli autonomi a far casino alle sue presentazioni. Fare un film Tv che lo stravolga. Questi sono i compagni. Così ligi alla credibilità delle fonti da mandare in galera (in galera!!!) uno storico accademico come Irving solo perché aveva osato chiedere da che fonti era stato desunto il numero di ebrei (sei milioni) uccisi nell’Olocausto. Fonti? Ma lo hanno detto gli americani a Norimberga! Come dice, signor Irving? Che gli americani in quel caos, tra documenti bruciati dai tedeschi e cancellerie ancora chiuse non sapevano neanche dire quanti ebrei erano stati nei lager, né da dove venivano, né chi era stato trasferito e chi ucciso? Come osa, professor Irving, dire ciò? Come osa chiederci le fonti dei nostri sei milioni? Vada in galera! C’est la gauche, messieurs.

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Thursday, February 4, 2010

LORI FRAC

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Non meriterebbe risposte uno come Lorifrac che scrive “ho letto i primi 2 paragrafi per capire dove vuoi parare…” uno che ritiene disonorevole intervenire nel mio blog: “io non frequento questo blog, ci sono finito perché un tale Dario lo ha linkato su Facebook”, giustificandosi con stessa ipocrita albagìa di Scalfari (serbatis distantiis…) quando parla di Ferrara senza farne il nome, e inizia la sua abituale lenzuolata scrivendo “Non leggo mai robe come il Foglio, ma mi è capitato per caso di buttar l’occhio su una copia lasciata in un bar”. Siete ridicoli. Ridicoli, ma pericolosi. Per questo scrivo il mio Blog, e me ne frego di “far incazzare” i fanatici rossi alla Lorifrac, che non si vergogna a scrivere: «Lenin è davvero un grande personaggio, e colpire lui è colpire la sinistra… Stalin ha fatto 60 milioni di vittime, Lenin solo qualche migliaio… non so quante ne abbia fatte Napoleone, ma a occhio e croce direi di più… Lenin era un vero Statista. Ha fatto la rivoluzione, e da una società aristocratica ha fondato uno Stato socialista, dando diritti ai più deboli. E purtroppo ha ucciso, credendo di fare il bene della maggior parte dei russi… al nostro caro Manlio non sta a cuore la memoria degli ebrei ammazzati SISTEMATICAMENTE perché ebrei, ma di quei 500mila che morirono per colpa di Stalin. Dicci, Manlio, grazie a queste mossette vuoi dirci che se a quel tempo era in voga la strage di ebrei, Hitler era poi solo schiavo delle mode del momento?…. trovo monotono come trattano certi argomenti gli “intellettuali” di destra. Cioè, si capisce sempre quanto sta loro a cuore la ricerca della verità. Se mai dicono qualcosa di vero, di giusto, non è per fare chiarezza, ma per indurre in confusione chi legge» Ma dài! Che bisogno c’è di indurre in confusione uno storico alla “occhio e croce” come te, Lorifrac? Confuso lo sei già di tuo: il tuo adorato Lenin “purtroppo ha ucciso” (ma pòvra stèila!) qualche milione di innocenti (non “qualche migliaio”, mio caro!), però “credendo di fare il bene”. Già. Lui “credeva”. Come l’Inquisizione, no? E’ così semplice!

La confusione in menti deboli come quella di Lori è il triste prodotto della sistematica disinformazione culturale messa in atto dalla sinistra in tutta la sua storia. E questa disinformazione, insieme alla prevaricazione violenta delle maggioranze da parte delle rosse “minoranze illuminate”, rappresenta la sintesi dei “metodi di lotta” comunisti. Fu Lenin stesso ad indicarli, con la sua teoria delle “minoranze che fanno la storia”. E gli fece eco Gramsci: “se vuoi dominare un popolo, devi impadronirti della sua cultura”. Volete un clamoroso esempio di disinformazione e conseguente manipolazione della storia? Tutti credono che la rivoluzione del 1917 sia stata fatta dai comunisti generosamente postisi alla guida del proletariato. Invece è falso. Certo: se fai credere che ai primi del ‘900 l’alternativa in Russia fosse tra lo Zar e i comunisti, non c’è gara: un regime feudale come quello zarista è indifendibile, anche per chi è anticomunista come me. Ma le cose non stavano così: il partito comunista (bolscevico) prese il potere con la forza, CONTRO il parere del proletariato, dei sindacati operai e della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica russa. Con la menzogna e la violenza i bolscevichi si installarono al timone di un paese che si era già liberato per conto suo della monarchia zarista ed era in piena fase di modernizzazione.
Fino al 1917, il partito di Lenin NON AVEVA SEGUITO. Fu il Kaiser (per liberare il fronte orientale della prima guerra mondiale facendone uscire la Russia) a rispedire Lenin in patria perché lo riorganizzasse. Ma DOPO IL GOLPE DEL 1917 LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE E LE FABBRICHE ENTRARONO SUBITO IN SCIOPERO CONTRO IL NUOVO REGIME. LENIN DOVETTE STRONCARE GLI SCIOPERI, SOSTITUIRE IL PERSONALE DEI MINISTERI, RICORRERE AL TERRORE. Altro che “vero statista”! Alle elezioni dell’Assemblea Costituente (le prime libere elezioni, a suffragio universale e a scrutinio segreto), i bolscevichi furono votati solo da un’esigua minoranza. Ma LENIN, che aveva già in mano la macchina statale, sciolse l’Assemblea e FECE SPARARE SULLA FOLLA che protestava. Naturalmente “credeva di fare il bene” del popolo… Anche per occupare il resto della Russia ricorse alla forza bruta. La Guerra Civile, condotta da lui e durata fino al 1921, costò alla Russia 1 milione di morti . Non “poche migliaia” come dice Lori. Ed era solo il primo degli oltre cento milioni di morti che il comunismo avrebbe fatto in seguito in tutto il mondo.

Stalin sterminò gli ebrei (e lo fece altrettanto SISTEMATICAMENTE di Hitler, cioè li fece fuori in quanto ebrei, caro Lori), ma fu il “vero statista” Lenin a cominciare quello sterminio, insieme a quello di tutti i religiosi. Per dominare meglio le masse la teoria marxista e la pratica leninista esigevano innanzitutto che fosse sradicata dal popolo ogni idea religiosa. Per farlo, Lenin provocò ad arte un spaventosa carestia che nel 1921 e 1922 ridusse alla fame Russia ed Ucraina, e ne incolpò la Chiesa, confiscando con quel pretesto tutti i beni appartenenti ad ogni confessione religiosa. Degli edifici ecclesiastici esistenti (più di 5000, pieni di affreschi e arredi di valore inestimabile) ne rimasero in piedi due. E poi ce la prendiamo coi talebani che fecero saltare in aria i due Buddha nella roccia, a Tamiyan… I sacerdoti furono internati nei Gulag (ben più terribili e peggio costruiti dei Lager tedeschi, oltre che ideati vent’anni prima…), cioè i campi di concentramento voluti dal “vero Statista” Lenin, Gulag che fecero dell’Unione Sovietica, insieme a quelli costruiti da Stalin negli anni seguenti (Solgenitsyn ne elenca più di 300 nel suo “Arcipelago Gulag”) il più spaventoso esempio di sterminio organizzato mai visto nella storia. Campi al cui interno morirono decine di milioni di uomini, donne e bambini innocenti. E l’idea - sottolineo - fu del “vero Statista” Lenin, colui che scrisse a Molotov «voglio essere informato ogni giorno del numero dei preti giustiziati».

Concludo con un paio di risposte “non storiche” a monssu Frac. Quando chiede: “Ma dico, se in Italia esistono giornalisti, storici, professori NON di sinistra, perché se ne stanno zitti?” gli rispondo che NON stanno zitti, ma non hanno pulpiti (leggi mass media e istituzioni) da cui farsi sentire efficacemente. E quando sentenzia:
”i casi sono 2:
- o in Italia non esistono più intellettuali di destra, oppure riesce scomodo anche a loro denunciare certi crimini del passato” rispondo che un intellettuale onesto non trova scomoda alcuna denuncia di crimini passati (solo i rossi lo fanno, ma loro non sono intellettualmente onesti). Quanto al numero esiguo degli intellettuali “di destra” (fa già ridere che sia confinato lì chiunque osi dire cose scomode alla sinistra: è solo un modo più educato per dargli del fascista, come sempre) ricordo a Lorifrac il detto latino “primum comedere, deinde philosophari”, che tradotto liberamente significa “mangiare è più importante che argomentare”. Modo colto per dire che la pagnotta culturale, da 60 anni, è a sinistra. Se non sei dei loro, sei quasi zero. Niente cattedre, niente carriere accademiche, niente pubblicazioni, niente premi, niente incarichi, poche scritture, pochi inviti, poca fama, poche conferenze. Cioè pochi soldi. E allora… primum comedere. Solo un “esiguo numero” di intellettuali ama il digiuno (e ha le palle per farlo). Io fra quelli.

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Wednesday, February 3, 2010

Per gli ebrei fu ben peggio il comunismo del nazismo

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Approfitto del commento stizzoso di “Lorifrac” al mio post sulla strabicità del “giorno della memoria” per tornare, mio malgrado, sull’argomento. E parto da una constatazione semplice: nell’orgia di trasmissioni, documentari, special, richiami, dichiarazioni e altri tipi di messaggi che caratterizzano da sempre il bombardamento mediatico sull’Olocausto (anche fuori del giorno della memoria ad esso dedicato…) mi ha colpito il racconto di un giornalista della Rai, a Radio Tre. Il nostro narrava compunto, con l’aria di svelare una chicca, che essendo morto l’ultimo ebreo residente ad Auschwitz fra quelli scampati all’olocausto, un’ebrea aveva deciso di lasciare Roma e trasferirsi là, per “dare testimonianza” con la sua presenza fisica. Perché Auschwitz “non doveva restare senza ebrei vivi” in grado di tramandare la memoria dell’orrore nazista. Poi la botta: “Tanto la signora X non ha più nessuno, qui in Italia - precisava serafico il narratore - perché la sua famiglia fu sterminata in Russia durante un pogrom stalinista degli anni ‘50, e lei, unica sopravvissuta, non si è sposata e non ha avuto discendenti”. Prima obiezione: questo dettaglio, se il collega permette, sminuisce un po’ il “beau geste”, no? Seconda obiezione: nulla da dire, caro tesserato Usigrai, sul fatto che Stalin sterminasse ancora gli ebrei a famiglie intere e ben dopo l’olocausto?

Lì mi sono davvero incazzato. E il giorno della memoria l’ho celebrato a modo mio. Prima ho chiesto perdono per i miliardi di NON ebrei uccisi nella storia. Poi ho chiesto perdono per i milioni d’ebrei uccisi NON dai nazisti. In un vero “giorno della memoria” dovremmo ricordarli sempre tutti, sia i primi che i secondi. Invece si parla solo ebrei, e solo di quelli morti nell’olocausto. A questi chiedo perdono, certamente, ma non solo per la crudeltà nazista (di quella si scusa già tutto il mondo, da 65 anni) bensì anche per lo sfruttamento postumo di una sinistra che li rievoca di continuo per bassi scopi politici, cioè per mantenere vivo l’odio contro il nazifascismo e nascondere gli stessi delitti commessi dal comunismo. Sono stufo! Mai un articolo, mai un servizio a ricordare nel “giorno della memoria” che tra i DIECI MILIONI di vittime delle purghe staliniane (niente giorni della memoria per loro?) ci furono ben 500MILA ebrei. Per rammentare ai giovani d’oggi che “un’intera generazione d’ebrei ha trovato la morte nelle prigioni sovietiche, nei campi, in esilio”, come scrive Julius Margolin, detenuto in vari gulag dal 1940 in poi.

Quasi tutte le istituzioni culturali ebraiche - comprese 750 scuole - furono chiuse tra il ‘34 e il ‘39 in Urss. Tutti i dirigenti ebrei dei tre stati baltici, della Polonia orientale, della Bessarabia e della Bucovina (annessi da Stalin tra il ’39 e il ’40) furono spediti in Siberia, e le istituzioni ebraiche chiuse. Dei quasi 500MILA ebrei deportati in Siberia da quelle regioni, molti morirono durante il viaggio, e gli altri nei gulag. Nel marzo ‘44, scrisse Ilya Ehrenburg, erano già stati sterminati UN MILIONE E MEZZO d’ebrei sovietici, ma dopo la nascita d’Israele (1948) Stalin presentò al Comitato Centrale un vero e proprio PIANO D’EPURAZIONE. Tutti gli ebrei dell’Urss dovevano essere deportati in campi a est degli Urali, perché “l’entusiasmo degli ebrei russi per Israele era una sfida intollerabile al sovietismo, teso a sfruttare le animosità arabe contro l’occidente” (François Fejtö). Solo la morte del dittatore comunista, nel 1953, impedì che l’olocausto rosso pareggiasse quello nero con lo sterminio di tre milioni di ebrei, per i quali erano già pronti i carri bestiame. Poche righe, queste mie. Una puntura di zanzara, confronto ai 44 Capi di Stato schierati ad Auschwitz. Ma sempre meglio del silenzio. T’è capì Lorifrac?

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Tuesday, February 2, 2010

Giallo per simulazione

344093-150564612tapiro-da-staffelli-a-del-noce1Chi di gossip ferisce, di gossip perisce. Quest’estate la sinistra, sotto la bandiera di Repubblica, è partita all’assalto del Cav. sperando di disarcionarlo con quell’arma. Sleale come quasi tutte quelle adoperate dai rossi, ma spesso efficace. Prima gli ha messo contro la moglie con la calunnia di Noemi, poi ha fatto scattare la trappola dell’escort. La Procura barese sta indagando, e credo che la D’Addario (che ha già preso da Santoro più soldi di quanti ne aspettava come “mancia” da Silvio) ne riceverà altrettanti se salverà, tacendo davanti ai Pm baresi, i compagni che l’avevano pagata per fare da esca a Palazzo Grazioli. Il buffo è che la sinistra, a furia di scherzare col fuoco del gossip sessuale, si è ustionata, e anche male. Prima le dimissioni di Marrazzo (trans), poi quelle del sindaco Pd di Bologna (amante a spese dei cittadini) ed ora Bertinotti che si separa a cucù (sì-no-sì-no-sì-no…)

Davanti alla Iena Enrico Lucci che le chiedeva se si separava o no da Fausto, Lella Bertinotti è sbottata: «Questa è l’Italia: un paese dove il gossip viene usato come arma impropria». Ma và? Allora le moralistiche puntualizzazioni fatte quest’estate dall’intellighentzia berluscòfaga (“quello sul premier non è affatto gossip, è solo libertà di stampa, diritto d’informazione”) erano delle gran balle? Adesso quei figli di escort ammettono che il gossip è davvero un’arma, e fa male? Viene quasi voglia di solidarizzare con sora Lella. Questa povera proletaria costretta da mattina a sera a stirare pullover di cachemire, foulards di seta e giacche di tweed sul bordo della piscina del suo misero casale umbro. Questa frugale massaia che, con le caviglie gonfie per la spesa, si siede a riposare un attimo in prima fila accanto alla moglie del Ministro Scajola, e lì viene assalita da una Iena! Ma come: un’anziana casalinga non può posare a terra le borse della Coop per guardarsi la sfilata romana di Gattinoni, che subito le sbattono un microfono sotto il naso? Che modi!

Eppure un po’ di solidarietà madama Bertinotti la merita sul serio. Primo, per aver sopportato quel gagà erremosciante così a lungo. Secondo, perché le Iene e ‘Striscia’ esagerano davvero, con le loro interviste forzate e le consegne dei tapiri. Sono solo provocazioni camuffate da scherzi, quelle.  Sono prepotenze vigliacche, perché simulano candore ed umiltà, ma in realtà vellicano il nostro voyeurismo mostrandoci l’ira mal repressa delle vittime e facendoci sperare che esplodano, come fecero Sgarbi o Del Noce. E quando capita, eccoli atteggiarsi a vittime, a ululare come se gli aggrediti fossero loro. Ma chi credono di imbrogliare, proprio loro che dicono di smascherare gli imbrogli?  Mi piacerebbe creare un “controtapiro”. Per esempio una maschera di latta. La chiamerei “gran faccia di tolla” e la consegnerei ad ogni ora del giorno e della notte, in ogni luogo, persino in chiesa o al cesso, con le motivazioni più cretine, a Ricci e ai suoi epigoni delle Iene. Naturalmente portandomi sempre dietro la loro vera arma vigliacca: la telecamera accesa. Sono certo che attapirazioni e interviste provocatorie finirebbero. Di colpo.

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Monday, February 1, 2010

Quando i burattini scappano di mano

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La settimana scorsa gli autonomi dei centri sociali hanno messo Torino a ferro e fuoco. Ma stavolta non se la sono presa coi soliti obiettivi (vetrine, redazioni, gazebi, banchetti): hanno assaltato le sedi cittadine del Pd, colpevole di non essersi opposto allo sgombero di alcuni dei loro stabili “okkupati”. I pitbull si sono rivoltati contro l’istruttore, e l’hanno morsicato. Sarà dura, ora, rimetterli a cuccia. Finché obbedivano e mordevano gli altri a comando, facevano comodo. In fondo sbrigavano il “lavoro sporco” per il Pd e ne accettavano anche le ipocrite “prese di distanza”. In cambio pretendevano “solo” che la collettività (tutta, purtroppo, anche quella non rossa, e lì sta l’ingiustizia) continuasse a pagare le loro bollette. E che le autorità li lasciassero nei siti occupati a far quel che volevano: corsi, concerti, spettacoli, ristorazione, ostelleria, discoteca, bar… tutto a pagamento, però col personale in nero, senza controlli, scontrini, permessi, contabilità, Iva, Siae, ispezioni Asl… Il patto scellerato ora si è rotto? Non credo. Al Pd queste squadracce servono ancora.

La storia insegna, ma inutilmente. Quante volte è già successo che i sicari si ribellassero ai mandanti? Cito a caso, partendo da Cavour, di cui si festeggia nel 2010 il bicentenario della nascita. Fu lui a spedire Garibaldi a scippare ai Borboni mezza Italia, ma ufficialmente “non ne sapeva niente”. Gli fece avere armi e navi, ma era pronto a sconfessarlo, se avesse perso. E quando vinse era pronto a fargli sparare addosso, se avesse insistito a voler prendere anche Roma. Don Peppino abbozzò. Disse “obbedisco” a Teano, e andò a Caprera. Altro caso? Gli albori del fascismo. Nel 1921 borghesi e industriali, spaventati dalla rivoluzione bolscevica del ‘17 e dai moti operai e rurali che nel ‘19 e ‘20 tentarono di importarla qui, liberarono i molossi neri di Mussolini contro i leninisti nostrani. “Tanto - pensavano - li rimandiamo a cuccia appena finito il pericolo rosso”. Invece no. Si sa come finì.

Nel dopoguerra fu la volta del Pci a perdere il controllo delle mute. Dal ‘45 al ‘50 coprì le stragi degli ex partigiani rossi nel “triangolo rosso” (20 mila morti civili). Nel ‘56 lodò con fervore i carri armati sovietici che avevano schiacciato nel sangue la rivolta di Budapest ( lo fece per non perdere i rubli del Pcus, ma anche per far capire bene ai militanti da dove poteva arrivare l’aiuto militare necessario alla sollevazione italiana) e non smise mai di spargere a piene mani nelle scuole e nelle fabbriche  l’odio antiborghese, esasperando i rapporti sindacali, per preparare il terreno a quella rivoluzione che i rossi, come già i loro padri nel 1919, non avevano mai smesso di progettare e sognare. Nel ‘68 essa sembrò persino a portata di mano. Ma negli anni ‘70 (gli “anni bui”) i bulldog dell’antifascismo militante (da cui il partito e i sindacati ufficialmente prendevano le distanze, ma che sotto sotto fiancheggiavano e foraggiavano) portarono sì il Pci allo storico “sorpasso” sulla Dc, ma contemporaneamente gli sfuggirono di controllo. Nacque il terrorismo rosso. Invano Berlinguer prese le distanze dalle BR e appoggiò la linea dura nel sequestro Moro: era troppo tardi. Ormai chiudere la stalla non serviva, i boia erano scappati.

Di altri esempi, anche non italiani, ce ne sono a bizzeffe, persino recentissimi. Gli Usa armarono, finanziarono ed appoggiarono Saddam perché facesse guerra all’Iran degli ayatollah, ma quando il raìss, dopo, avanzò le sue pretese (forse anche segretamente concordate per convincerlo) e non ricevendo soddisfazione si fece minaccioso, dovettero inventarsi una balla assurda (l’arma segreta) per andarlo ad uccidere. Ci riuscirono, ma il prezzo fu consegnare alla miseria, al terrore e all’anarchia (è storia d’oggi) l’intero Iraq. E dire che lo stesso errore gli Usa lo lo avevano già fatto coi talebani. Prima li avevano armati e addestrati per cacciare i sovietici dall’Afghanistan, poi se li erano trovati contro, trasformati da Bin Laden in guerrieri di Al Quaeda. E ci stanno combattendo ancora adesso. Perché è così: a fare troppo i furbi, a voler fare i burattinai con le marionette in carne ed ossa, capita spesso che queste si stufino, taglino i fili e si mettano ad agire di testa loro. Quasi sempre contro chi reggeva i fili fino a poco prima. O credeva di reggerli.

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Friday, January 29, 2010

Faccia di merla

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Ah, merla, cara merla, il gelo manca. Son passati i tuoi giorni, e resti bianca. Oggi non c’è tanto freddo, a Torino, va già bene se toccheremo lo zero. Eppure è il primo dei “tre giorni della merla”. Era bello da bambini sentirsi raccontare la leggenda dei tre giorni più freddi dell’anno, gli ultimi tre del mese di Gennaio, così freddi che mamma merla per difendersi dal gelo si riparò coi suoi merlotti in un comignolo, e ne uscì il primo giorno di Febbraio tutta nera di fuliggine “così che da allora tutti i merli, che prima erano bianchi, furon neri”. Da bambini non ci si pone tante domande. Per cui non chiesi a nonna Tilde dov’era andato il marito della merla, non citato nella storia: lui doveva pur essere rimasto bianco, visto che nella favola, dentro il comignolo con moglie e figli, non c’era. Bòh?… Per scaldarsi sarà andato all’osteria a bersi un pintone di merlot, tanto per restare in assonanza onomastica, e magari se ne sarà versato anche un po’ addosso, da ubriaco, visto che in natura il merlo bianco esiste, ma ha il piumaggio rossastro. L’unico merlo bianco-bianco, prima dell’era dei detersivi (ricordate Calimero, il pulcino nero che ritornava bianco dopo esser stato lavato con Ava?) è stato avvistato in letteratura, e per la precisione è quello che dalla siepe avverte Pinocchio dei pericoli che sta per correre.

Più ricca, invece, è la versione cattolica della leggenda dei tre giorni della merla. Odora di medioevo: Gennaio anticamente aveva solo 28 giorni, e in un anno in cui era stato insolitamente mite (allora non si sapeva ancora del global warming…) il merlo se ne rallegrò. Invitato dalla merla a ringraziare Iddio per la clemenza del tempo, il gradasso rispose: “non serve dire preci al Padreterno, ché tanto siamo fuora dallo verno”. Gennaio, udita la bestemmia, si fece imprestare tre giorni da Febbraio. Gli servivano per mandare un gran gelo a punire lo spaccone, costringendolo a rifugiarsi nel camino e a respirarne il fumo, lui e la sua famiglia, per tre giorni (allora non si sapeva nulla sugli effetti cancerogeni del fumo passivo…). Poi finì per tenerseli, quei giorni, e infatti Febbraio da allora ne ha 28. Però da allora restarono per sempre i più freddi dell’anno. Animali parlanti, mesi che si imprestano i giorni fra loro (il giorno in più che ha Febbraio negli anni bisestili sarà forse la rata quadriennale d’interessi accreditatagli da Gennaio?), stagioni vendicative, merle pie… I bambini ci credono, e rimangono seri. Ma se gli racconti: “C’era una volta un tal Di Pietro che si fece paladino della morale civile, familiare e politica” anche loro si mettono a ridere. E ti dicono: “ma dààài!”

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Thursday, January 28, 2010

La lingua batte senza protettore

gws558315142Noto che i frequentatori di questo blog hanno in comune l’amore per la buona scrittura, dove il “buona” riguarda l’aspetto formale e non contenutistico. Proprio oggi un amico di Facebook mi tagga (anglismo che lui aborrirebbe) in una sua nota sull’imbastardimento della lingua: «… in Italia abbiamo il primato (non il “record”) europeo di prestiti dalle altre lingue; invece di difendere il più possibile l’integrità del vocabolario nazionale, come fanno gli altri Stati, ci affanniamo ad usare i forestierismi in luogo dei nostri vocaboli equivalenti, per motivi che solo uno psicologo saprebbe individuare…» Polemica vecchia. L’Accademia della Crusca nacque nel 1583 e pubblicò nel 1612 il primo vocabolario della lingua italiana proprio per dirimere queste polemiche (già allora conservatrici e “protezioniste”) e difende ancora oggi il purismo linguistico. Eppure considero quest’Accademia fra le istituzioni più superflue.

E’ come se a Roma, invece del museo delle carrozze, ci fosse l’ATE (Accademia del Traino Equino) lautamente finanziata dallo Stato e dedita a conservare esemplari originali o riproduzioni di tutti i traini a cavalli esistiti nella storia, pubblicandone periodicamente l’elenco aggiornato con disegni e particolari tecnici, difendendone l’uso corretto (la biga non è adatta per recarsi a teatro…), ma soprattutto lottando contro l’invasione di auto, moto e altri mezzi di trasporto moderni. Insomma, per me l’Accademia della Crusca sarebbe meglio chiamarla “Museo della crusca”, e bon. Anche Arbasino non fu tenero con i cruscanti e il loro «purismo imbecille che caldeggia l’impiego di qualsiasi grulleria del Piovano Arlotto per definire prodotti e nozioni del nostro tempo e approva l’uso del greco antico per indicare un qualche cosa che non esiste (il nettare, l’ambrosia), mentre respinge qualunque termine inglese moderno relativo a qualcosa che invece esiste (come il cocktail), senza avvedersi che qualunque parola poteva suonare scandalosamente moderna quando venne usata per la prima volta da un Autore Classico».

Ecco la mia risposta all’amico di Fb: «Lasciami dire, da cuciniere di parole (giornalista), che il problema da te eviscerato (ti piace il termine cruschiano?) non mi sembra essere nella hit parade (òps… nell’elenco dei maggiori successi) dei problemi italiani. Il mio non è benaltrismo (neologismo di origine politica, efficace anche se brutto), ma semplice constatazione. Ogni lingua è una pianta viva che cresce e muta quanto più è parlata, perché nell’uso viene quasi sempre piegata al comodo dell’utente, manipolata, arrichita di neologismi, imbastardita con prestiti. Senza scomodare i forestierismi, tienti ai dialettismi: Camilleri col siculo ed io col piemontese (solo per citar due casi fra i tanti) adoriamo usarli e inventarne di nuovi. Lo facciamo per onorare le nostre origini e anche per colorare, personalizzare e profumare la nostra prosa. Pavese fu un maestro, nel genere. Fu il primo a studiare, identificare e riprodurre perfettamente (non solo nei dialoghi) le cadenze, le pause, gli anacoluti, le sincopi e i dialettismi del linguaggio popolare, povero, “sporco”, sintatticamente scarno e scorretto, ma sapido, musicale e pieno di rassicurante identità. Pavese che ogni mattina, prima di attaccare a lavorare all’Einaudi (fulminante questo dialettismo: avrei dovuto dire “cominciare a lavorare”, ma quanto mi è più familiare questo “attaccare”! E quanto meglio ambienta Cesare in quell’ufficio, dato che a Torino diciamo “taché a travajé”) si leggeva due o tre pagine di tragedie direttamente in greco, lui scriveva con la lingua degli incolti!

Mettiti il cuore in pace, René. Ogni barriera che cade fra le persone (quindi anche nel linguaggio) è per me la benvenuta. Lo stesso fenomeno sta avvenendo nell’abbigliamento, eppure non te ne sei accorto, o non ti dà fastidio. Oggi, se guardi una foto ravvicinata di sola folla (senz’altri riferimenti), non riesci a capire se è stata scattata a Parigi, Londra, New York, Mosca, Roma, Torino, eccetera. E soprattutto non riesci a capire dai vestiti chi è ricco e chi è povero, e che mestiere fa questo o quell’altro. Ecco una grande conquista dell’epoca moderna. Vivi sereno, allora, e scegli tu quando ti va di andar per strada in tuta da “jogging” e “nàiki”, oppure abbigliato alla maremmana con fustagni e mantella. Scegli quando ti sfagiola di parlar togato e quando di svaccare alla pisana. Sei sempre tu e mi piaci, in entrambi i casi.

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Wednesday, January 27, 2010

La giornata della memoria strabica

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Indire la “giornata mondiale della memoria” senza precisare che è dedicata solo all’Olocausto è come indire una “giornata della prevenzione” senza specificare di cosa. E’ come impadronirsi della memoria collettiva per dedicarla tutta e solo ad un’immane tragedia che tutti riconosciamo, ma che ci viene ricordata di continuo da 65 anni con libri, foto, film, mostre, documentari, articoli di giornali, gite scolastiche e quant’altro. C’è qualcosa di equivoco e strumentale, in ciò. Si abbia almeno la chiarezza di chiamarla “giornata della memoria dell’olocausto”, e bon. Con ciò già riconoscendo che la parola “olocausto” è stata sequestrata e riservata ufficialmente agli ebrei morti nei lager.

Altri olocausti, altri genocidi passati e recenti hanno funestato la storia, senza meritare quell’appellativo, già “occupato”. 60 milioni di russi (ma anche europei e italiani) uccisi con fame e gelo o pallottole da Lenin e Stalin in Siberia, nei gulag e nei “nuovi insediamenti”, dal 1920 al 1953. Tre milioni di cambogiani uccisi dai Kmer rossi di Pol Pot dal 1975 al 1979. Un milione e 100mila Tutsi massacrati a colpi di machete e bastoni chiodati dagli Hutu in Rwanda nel 1994. Un milione e 200mila armeni sterminati dai Turchi negli anni 1915 e 1916. 70 milioni di cittadini cinesi inermi sterminati a freddo, in tempo di pace, dal regime comunista di Mao Tse-tung. Questo senza andare indietro a citare i valdesi, gli ugonotti, i nativi americani, le vittime dell’Inquisizione, eccetera.

Si ha l’impressione che citare altri “olocausti” sia quasi proibito, perché chi lo fa tenderebbe al teorema “tanti colpevoli = nessun colpevole”. Lo prova l’accanimento (Nolte bandito dalla comunità degli storici, Irving messo addirittura in galera) riservato ai cosiddetti “negazionisti” dell’olocausto, studiosi che in realtà non negano un bel niente, ma vorrebbero solo rivedere, documenti alla mano, cifre e circostanze. La sinistra ama parlare di “memoria condivisa” ma è un’espressione che non significa nulla. Anzi, significa: “o condividete la nostra memoria, o vi stanghiamo”. Non esistono valori universalmente condivisi. Neppure quello supremo della vita lo è, altrimenti gli uomini non si ucciderebbero a vicenda nel nome di “alti” valori come Dio, patria, onore, eccetera.

Non è dunque patetica questa sinistra costretta a barare sempre sulle cifre, da quelle dei cortei a quelle delle vittime dei nazifascisti, a ricordare i lager e non i gulag, e piangere le bombe di Guernica e non quelle di Dresda, a ricordare i fratelli Cervi e non le migliaia di civili assassinati dai partigiani nel triangolo rosso? Non è offensivo per gli stessi ebrei che la sinistra strumentalizzi l’olocausto per tentare di riappiccicare col bostik dell’antifascismo i cocci delle sue certezze infrantesi nel tempo, proprio mentre contesta il risarcimento dell’olocausto riconosciuto agli ebrei dalla comunità internazionale, col via libera alla nascita di Israele? Ma lì entra in gioco l’odio per gli Usa, protettori d’Israele e colpevoli d’aver infranto il grande sogno marxista-leninista della comunistizzazione mondiale. Ecco perché la diaspora palestinese continua ad indignare i rossi anche dopo 60 anni, mentre le diaspore Armena, Istriano-Dalmata, Vietnamita, ecc… li lasciano indifferenti. Lucidatevela per conto vostro, allora, questa sinistra memoria di sinistra.

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Sunday, January 24, 2010

Alberto da Guernica

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Sulle conclusioni tratte nel post “L’uovo che verrà”, Marco Ammirati invia due link (a La Repubblica e al Giornale) accompagnandoli con la frase ottimistica “eppur qualcosa si muove… il vento sta cambiando”. A parte che sarebbe ora, anzi, se anche il vento cambiasse del tutto sarebbe sempre troppo tardi per riparare i danni fatti dalla dittatura culturale rossa negli ultimi 60 anni, divertitevi a leggere il primo link. Sono recensioni di “Barbarossa”, il film sulla battaglia di Legnano presentato a Milano lo scorso ottobre e molto piaciuto alla Lega. Dico “divertitevi” perché il tono della stroncatura di Repubblica rende esattamente l’idea di cosa intendo quando parlo di “egemonia culturale rossa”. Il quotidiano di De Benedetti, che fa al Cav. e ai suoi alleati un’opposizione più faziosa e sorda di quella che gli fanno l’Unità e il Manifesto, affida la recensione a una giovane rampante, Natalia Aspesi. La rancida vetero-femminista rossa (80 anni: largo ai giovani!) sfodera contro Bossi tutto il suo veleno stile “Botteghe Oscure anni ‘70″. E si scaglia contro il pressapochismo storico del film, sottolineando che Alberto da Giussano è un personaggio di cui si legge solo nella cronaca del frate domenicano Galvano, scritta due secoli dopo la battaglia di Legnano del 1176. E liquida la pellicola come “filmone astorico e anche costoso … manifesto politico… fiction sentimentale e fumettara… polpettone”. Non le frega un cazzo che Alberto da Giussano sia stato celebrato anche da Giosué Carducci, rettore dell’Università di Bologna e premio Nobel nel 1906. Allora non c’era la Lega da schiacciare.

Però è strana tutta questa esigenza di esattezza storica nei film. Perché quando fa comodo a loro, i compagni non vanno tanto per il sottile. Non solo non rispettano la verità, ma addirittura la stravolgono, come è successo col bombardamento di Guernica, al quale han dedicato ben cinque film. Nel 1950 “Guernica” di Alain Resnais, con Mario Valdemarin. Nel 1978 “Guernica” di Emir Kusturica. Nel 1980 “L’albero di Guernica” di Francisco Arrabal, con Mariangela Melato. Nel 1996 ” Tierra y libertad” di Ken Loach. Nel 2008 “Guernica, la morte dal cielo” di Hanno Bruhl. Guernica, lo sapete, è il paese basco bombardato nel 1937 dai nazifascisti durante la guerra civile spagnola. Bèh: il sito del Manifesto denuncia ancora oggi “più di 1000 morti”, quello di Rainews 1654 morti e 889 feriti (coi numeri rotti si dà più l’idea di un conteggio preciso…), e Rai Educational “più di 2000″. E nei cinque film si sta su quelle cifre. Quella DEVE essere la verità. Lo è per i rossi, quindi devono accettarla tutti. Anche se Stefano Mensurati, conduttore di “Radio anch’io” (quindi uomo Rai, non un camerata nostalgico) ha scritto una spessa monografia sul tema (dopo aver letto oltre 400 volumi e aver consultato gli archivi storici e diplomatici di tutta Europa) da cui risulta inequivocabilmente che i morti furono126. Mensurati è riuscito anche a dimostrare che la cittadina basca era sulla linea del fronte, aveva ben tre fabbriche di armi, ospitava tre battaglioni baschi e costituiva quindi un importantissimo obiettivo militare strategico. Il che sfata la leggenda (propalata dai rossi) del quieto paese agricolo attaccato selvaggiamente, senza motivo, e di sorpresa dai nazifascisti. Al contrario, l’esiguo numero di vittime rispetto alla popolazione (oltretutto l’azione coincise col giorno di mercato, quando i presenti in paese raddoppiavano) dimostra che l’azione fu preannunciata, come han sempre detto i tedeschi, proprio per risparmiare i civili e dar loro il tempo di scappare.

Ma la macchina della disinformazione rossa ha fatto strame di queste verità. Per 70 lunghi anni. E continua anche ora (vedi i siti citati, vedi il film su Guernica del 2008) a snobbarle, come fa con le foibe e i gulag, riservando la sua pignoleria ad Alberto da Giussano. Gente che riesce (strumentalmente) a moltiplicare da 10 a 20 volte i morti di un atto di guerra di 73 anni fa, dovrebbe fregarsene della presenza o meno di un guerriero a un atto di guerra di otto secoli fa, quando tutto era mal documentato e peggio riferito. Invece no. Sul Carroccio fanno i pignoli, e su Guernica (fatto notissimo per l’eco mediatica che ebbe nel mondo, anche grazie al dipinto dedicatogli da Picasso) barano. Persino il dipinto è una mezza bufala. Vi siete mai chiesti come mai in esso non ci sia nulla che raffiguri aerei, bombe o esplosioni? Semplice: inizialmente era stato dipinto in memoria di un famoso torero, e si intitolava “En muerte del torero Joselito”. Poi Picasso, noto comunista (tanto fazioso che gli Usa gli negarono il visto d’ingresso fino alla sua morte, avvenuta nel 1973, cioè 20 anni dopo la fine del Maccartismo) si indignò per il bombardamento, e quando il governo antifranchista gli chiese di esporre un quadro che parlasse della guerra civile spagnola all’Expo Mondiale che si teneva a Parigi quell’anno, mandò quello “in memoria di Joselito” limitandosi ad aggiungervi una colomba. C’est le communisme, messieurs.

Posted by manlio collino in 20:40:52 | Permalink | Comments (1) »