Wednesday, April 30, 2008

Naufraghi e scialuppe

Continua il flusso dei clandestini sulle carrette del mare, nei container, nei doppi fondi dei camion… senza sosta. Una volta l’Italia era un paese “di transito” verso nazioni più appetibili come Francia, Germania, Inghilterra… Poi i paesi “appetibili”, a suon di controlli, espulsioni e carcerazioni, si son fatti indigesti, e gli immigrati hanno capito che stanno meglio qui, dove le leggi si aggirano, i controlli fanno ridere, da mangiare e da vestirsi gratis se ne trova, e per abitare è pieno di case e capannoni abbandonati che non saranno regge, ma sono sempre meglio dei tuguri dei loro paesi d’origine.

La questione di fondo ormai è chiara: anche se il nuovo governo riuscirà a rallentare questo flusso, il gap economico fra nord e sud del mondo lo farà ripartire, e a riceverlo ci saranno teste di ponte sempre più aggressive di parenti e compaesani. Aiutarli a casa loro? Non serve: finché il rapporto di reddito fra i loro paesi ed il nostro sarà di uno a cento, verranno a milioni, con ogni mezzo. Anche in futuro, quando il gap si ridurrà perché l’Italia andrà a ramengo mentre i loro paesi progrediranno, arriveranno lo stesso, perché il loro vero miraggio è il nostro welfare.

Non è egoismo, quello di chi li teme. Per capirlo, basta pensare alle scialuppe del Titanic, che si tennero ben lontane da quelli che erano finiti in mare, senza rispondere ai loro disperati richiami. Per disumano che possa sembrare, questo comportamento fu provvidenziale: se le barche si fossero avvicinate alle migliaia di naufraghi che annaspavano in acqua, costoro le avrebbero artigliate, rovesciate, affondate, facendo annegare chi ci stava sopra. Sarebbero morti tutti. Stando lontano, invece, qualcuno si salvò. Lo stesso ragionamento vale per i disperati che annaspano nella fame del quarto mondo e vogliono salire sulla scialuppa Italia: finiranno per rovesciarla.  A parole, la sinistra vuole aprire le frontiere senza limiti e dare a tutti i nuovi arrivati un lavoro regolare e tutelato, e quindi chiama i naufraghi a far casino sotto bordo. Nei fatti sa che è impossibile issarli tutti a bordo, pena l’affondamento, e quindi li lascia in acqua ad annaspare. Però dicendo: “noi vi faremmo salire, è il nano che non vuole” .

 

 

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Tuesday, April 29, 2008

L’ex “meglio gioventù” non va sul bus

Le larghe vittorie elettorali di Berlusconi e Alemanno dimostrano tante cose, ma due su tutte vanno sottolineate. La prima è che i sondaggi (soprattutto gli”exit-poll”) sono ingannevoli e si prestano a deformazioni strumentali da parte di chi vuole puntellare con essi una sua tesi o sbandierare i suoi consensi. La seconda è che i mass-media, il cui controllo è oggetto di lotte accanite fra i poteri forti (basti ricordare cosa ha passato Ricucci per aver osato “sfiorare” la scalata alla Rcs-Corsera) sono autoreferenziali. Tendono cioè a dare della società un’immagine loro, basata sulle loro convinzioni teoriche e non sull’osservazione pratica, senza voler capire che la gente, il popolo dei bar e dei tram, ha ormai imparato a pensare con la propria testa, e si lascia influenzare sempre meno dai media e dai partiti che se ne servono.

I sondaggi pretenderebbero di fotografare il pensiero della maggioranza,  ma proprio perché la maggioranza è un idolo pericoloso che nella storia ha fatto molti guai (come urlare a Pilato: “crucifige!”), vanno presi con le molle. Se sono fatti male possono sviare e spesso, come dicevo, sono taroccati o mal interpretati proprio per sviare.

Quanto alla società teorica disegnata dai media, basta ricordare come sia tipica dei politici e dei giornalisti la frase: “Gli italiani pensano che… i milanesi sono indignati per… i torinesi si rifiutano di…”. Chi glie l’ha detto? Nessuno. La loro è pura autoreferenzialità. Specialmente i giornalisti, quando scrivono quella frase, sottintendono: “Gli italiani (i milanesi, i torinesi…) pensano di sicuro come me che sono ganzo, intelligente, colto, informato, e in quanto italiano (milanese, torinese…) tipico, ho il diritto di intepretarne gli umori”. E bon.

Chi dice quella frase il più delle volte non sale su un autobus da anni, ma parla solo in redazione, ai convegni, nei salotti e nei corridoi del palazzo (e solo coi suoi pari). Due chiacchiere al bar, in treno, o in coda alla posta non sa manco cosa siano: e d’altra parte quando mai fa code o chiacchiere chi ha il posto riservato su jet ed Eurostar, portavoce, segretaria, auto blu, autista e colf filippina?

Ecco perché si legge su un grande quotidiano antiberlusconiano: “I milanesi sono indignati per l’atto di forza con cui è stato sgomberato e demolito il campo nomadi abusivo di Via Bovisasca”. Quali milanesi? L’entourage del giornalista che scrive, forse. Non certo la pur tanto amata dalla sinistra (ma solo a parole) “base”, non certo il popolo dei tram, continuamente borseggiato dai Rom. La gente non ne può più degli zingari, ed è su questo problema che Rutelli ha perso le elezioni. Un problema scottante ed antico: già nel 1683 Luigi XIV, il Re Sole, diceva a proposito degli zingari: “E’ impossibile scacciare dal regno questi ladri, data la protezione che hanno  trovata in ogni tempo e che continuano a trovare presso gentiluomini e  signori apostoli della giustizia, che danno loro asilo nei castelli e nelle loro case…”. Oggi la situazione è uguale, ma con una differenza: i “gentiluomini” alla Veltroni e i “signori apostoli della giustizia” alla Rutelli proteggono ancora i Rom, ma si guardano bene dall’ospitarli nei loro castelli. Li appioppano al popolo. Saranno rossi, ma mica scemi.

 

 

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Monday, April 28, 2008

Le badanti badano… ai loro interessi

Dopo che la Procura di Bologna ha bloccato in extremis le nozze fra un 83enne e la sua badante romena di 44 anni, si è appreso che i matrimoni fra anziani e giovani straniere (per lo più badanti)  negli ultimi due lustri hanno raggiunto il 10% del totale. Senza contare la massa dei mariti che lasciano le mogli dopo decenni di vita coniugale per andare a convivere con giovani straniere.

Il fatto è che “al ronzino piace l’erba fresca”, e queste giovani dell’est sono proprio belle. Belle come le nostre colf non furon mai. Da noi, se una ha un fisico così, mica fa quel mestiere. In più, ci sono ragioni biologiche, antropologiche, psicologiche e sociologiche che aiutano a capire il fenomeno.

Come mai l’uomo, quando l’ormone del sesso tace, va in crisi? Perché il suo ruolo ancestrale è quello di ‘impollinatore’. Come mai la donna invece non patisce? Perché il suo compito primordiale è quello di partorire e allevare i cuccioli. Il ruolo di partner sessuale è sempre stato subordinato ai primi due. Finita l’età riproduttiva, la femmina umana si rivolge ad altri interessi, o rivive l’esperienza di madre coi nipoti. L’uomo invece è ancora sessualmente intrigante (e mentalmente intrigato…), e nel frattempo è diventato esperto, quando non anche ricco e potente (tre doti, queste, che attraggono le donne come le mosche il miele). Il Viagra gli toglie ogni problema, e il più delle volte diventa come il ruotino di scorta: non lo usa, ma gli dà sicurezza averlo nel baule perché sa che se fora non rimane a piedi. Infatti i “tirolesi” lo sono quasi sempre per ragioni mentali. Quando non sono più stressati, grazie alla magica pillola, dal rischio-cilecca e dall’ansia da prestazione, finiscono per farcela anche senza. Come Charlot, che figliò ottantenne, o come i nostri nonni che a quell’età andavano al bordello più per far sapere in giro di esser ancora ‘validi’ che per il gusto della marchetta. Le mogli li lasciavano fare (“almeno là si toglie quei suoi sfizi da maiale”) e tolleravano per lo stesso motivo anche gli amori ancillari. Oggi non più. C’è eguaglianza su tutto, cioè licenza di tradimento paritetica, come per le mansioni domestiche.

A questo punto, però, il dna manda il suo potente richiamo ancestrale, e l’ormone veterano ma vivo reclama i suoi diritti. Quando la moglie invecchiata, oltre a non amare più il tennis, diventa un’acida Santippe, il marito sente la mancanza della racchetta e delle palle. E lo tenta ancora la partita vera, non solo il palleggio. Al bel grigione d’oggi forse i casini non basterebbero più. Vuole tornare in campo con una partner giovane e bella (e qui, dai patriarchi biblici a Briatore, non mancano gli esempi), che però lo ami, o almeno finga. Proprio come le badanti, che in quello sono bravissime. All’occhio, Santippe.

 

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Saturday, April 26, 2008

Lasciatemi morir come mi par

Nella giornata festiva del 25 aprile sono morte tre persone che si possono definire “gitanti”, cioè non impegnate in sport estremi. Due donne e un ragazzino. Le due donne (rispettivamente di 51 e 57 anni) stavano facendo un’escursione ai piedi del Gran Paradiso, e sono scivolate nel precipizio, una al Vallone del Roc e l’altra al Colle del Nivolet. Il ragazzo (13 anni) è annegato nel lago di Bracciano perché la canoa sulla quale si era imbarcato con un amico ha dato il giro. Colpisce il fatto che su Yahoo-News la notizia delle due donne abbia un solo lancio (Ansa) e quella della canoa dodici (Ansa, Adnkronos e Agi) in cui si dice tutto: che erano in due su una canoa monoposto, che non avevano il giubbotto salvagente, che il sindaco del paese dove è capitato l’incidente ha annullato la “Festa della Primavera” (concerti, gare, balli e mangiate) prevista per il week end.

Inutile dire che in nessun paese del Gran Paradiso sono state prese iniziative del genere per le due donne morte. Di solito chi cade nei burroni non ha lutti pubblici, né lì nè altrove, forse perché la montagna “non sciistica” è severa e fatalista, dà per scontato che tu sappia cosa ti può capitare se ti distrai o commetti un’imprudenza. Come meta di vacanze estive, poi, è sempre meno appetita, specialmente dai giovani, perché in genere non ha vita notturna, e le autorità fanno di tutto per rendere noiosa quella diurna.

L’alpinista puro, lo scalatore, è una figura ormai rara, e all’escursionista occasionale le comunità montane, per giustificare la loro esistenza e il loro costo, proibiscono quasi tutto, sotto minaccia di multe salatissime: non può raccogliere fiori, fragole, mirtilli, catturare farfalle, rane, lumache, e neanche accendere un fuocherello per fare la barbecue. Anche per i funghi ci vuole il permesso, con quantità limitate e modalità di raccolta precise (vietato metterli in sacchetti di plastica, ad esempio…).

Non è curioso che il mare e la montagna abbiano proibizioni diametralmente opposte? Nel mare il turista può raccogliere e pescare quasi tutto quel che vuole, ma se porta il cane in spiaggia, se gioca a pallone sulla battigia, se fa il bagno con la bandiera rossa, se va in canoa senza giubbotto, se non ha i razzi e il salvagente sulla barchetta, gli arrivano multe pazzesche.

In montagna le multe pazzesche gli arrivano se raccoglie qualcosa, ma in cambio lo lasciano andare dove vuole, come vuole e quando vuole. Può avventurarsi su un ghiacciaio con le scarpe da tennis, può partire di sera per i tremila in canottiera, senza portarsi dietro neanche un golf, nessuno gli dice bà.

Forse perché i saggi montanari, induriti dalla loro lotta millenaria contro il freddo, la fame, i burroni e le valanghe, ritengono che ognuno sia libero di rischiare la pelle come crede. Altro che giubbotti e razzi.

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Friday, April 25, 2008

Lacostòmani persi

Lo sapevate che oltre le varie comunità dedite al recupero degli alcolisti o dei tossicodipendenti ve ne sono altre per i drogati da gioco d’azzardo e addirittura per i malati di acquisto compulsivo? Don Ciotti gestisce a Torino, in barriera di Milano, una comunità di quest’ultimo tipo. Non fate quella faccia. Si può essere “drogati” anche di acquisti inutili.

Gli psichiatri li chiamano “comportamenti compulsivi”, e sono indice di vere e proprie nevrosi. Chi ne è affetto si sente infelice se non può possedere le cose reclamizzate, anche le più superlflue, e cerca di procurarsele a qualsiasi costo, a volte persino rubandole.

Siamo al paradosso di un sistema che da un lato crea bisogni fittizi perché necessita, per reggersi, che tutti consumino sempre di più, e dall’altro organizza un servizio per liberarsi da tale meccanismo perverso.

Don Ciotti si fa carico di questa come di altre disintossicazioni, ma il compito spetterebbe alle famiglie e alla scuola, due istituzioni messe in crisi da una politica che insegue il consenso come la Tv insegue l’Auditel, ostentando un ottimismo di facciata, velleitario e utopistico.

Le sinistre chiamano ‘congiura padronale’ ogni difficoltà della vita, blandendo i giovani come quelle zie in visita che conquistano i nipoti facendo togliere loro i castighi, ma lasciano i genitori nelle rogne quando ripartono. Libertà precoci, permissivismo, scuola facile, esami ridicoli, stipendio garantito, casa a buon mercato per tutti. E una pillola per ogni cosa, per “sballare”, per dimagrire, per trombare, per non stare in ansia, persino per abbronzarsi in fretta.

Morte e malattia vengono nascoste, come gli handicap, per i quali si coniano eufemismi (diversamente abile, non vedente, motuleso…) adatti più a celarli ai sani che ad alleviarli ai portatori. Così siamo diventati incapaci non solo di affrontare, ma persino di riconoscere il vero dolore, e quando ci sbattiamo il muso dentro (perché esiste, il dolore, a dispetto di ogni illusione contraria) ci rifugiamo nelle droghe vere e proprie, o in quelle metaforiche come il calcio, le mode, i consumi compulsivi. Senza percepire differenze fra corna, sconfitte azzurre e assenze di coccodrilli dalla maglietta.

 

 

 

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Thursday, April 24, 2008

Ariècchice cor bellaciao

Ancora sotto shock per la batosta elettorale, i compagni si sparano in vena la solita flebo resistenziale del 25 aprile, per tirarsi un po’ su il morale. E lo fanno con la tigna stalinista d’antan: non potendo far spostare a Grillo la data (o almeno il luogo) della sua adunata, mobilitano i loro “intellettuali da manifesto” per ordinare ai torinesi di boicottare il comico che parlerà in Piazza San Carlo e andare tutti in Piazza Castello dove parleranno i sindacalisti ”in nome dei sacri valori resistenziali su cui è fondata la nostra democrazia bla bla bla…”.

Il solo fatto che trovino normale aizzare la folla al boicottaggio di un comizio avversario e precettarla al proprio, dimostra la loro allergia di fondo alla democrazia. Ne ha già dato prova Santoro definendo stupidi gli italiani che hanno votato a destra, senza ricordarsi il putiferio che piantarono, lui e i suoi compagni, quando il Cav. fece lo stesso due anni fa (durante un suo comizio, però, non in una trasmissione della Tv di Stato), usando il termine ‘coglioni’ al posto di ’stupidi’.

Sempre a Torino, Bondi si prese del provocatore fascista perché osò recarsi il 25 aprile 2005 sotto la “lapide della discordia” (la piccola targa murata nel 2002 in Via Donati, fra roventi polemiche e proteste rosse, in memoria di Edgardo Sogno). Adesso, però, basta. Non si può più tollerare che i rossi impongano la loro memoria strabica e la loro storia faziosa, una storia che relega i nazisti, i fascisti (e la destra in genere) dalla parte dei demoni, e i partigiani, i comunisti (e la sinistra in genere) da quella degli angeli. A sentir loro, l’Italia fu liberata solo dai partigiani di sinistra. Invece a ‘liberarla’ contribuirono in modo decisivo anche i partigiani di diversa ispirazione politica (e Sogno era fra quelli), l’esercito badogliano, e (ultimi nell’elenco, ma primi come importanza) gli alleati angloamericani. Mai vista, però, una bandiera statunitense o britannica sventolare in piazza il 25 aprile.

Ad ogni modo sarebbe davvero ora di finirla, dopo 63 anni, di festeggiare una “vittoria partigiana” che non fu tale, perché se non ci fossero stati gli alleati a cacciar via i tedeschi coi loro cannoni, i loro aerei e i loro carri armati, i partigiani sarebbero ancora adesso in montagna a rubar vacche ai contadini.

La festa del 4 Novembre per la vittoria italiana nella ‘grande guerra’ 15-18 (dove i nostri caduti furono 600mila) fu abolita nel 1977 perché il Pci di Berlinguer (allora al suo massimo storico di consensi) disse che 59 anni bastavano, che era ora di smetterla di sbrodolarsi col “Piave mormorò”. Quanti ce ne vorranno per smetterla col “Bella ciao”?

 

 

 

 

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Wednesday, April 23, 2008

I vecchietti contenti

Stavolta la solita “ricerca” americana dovrebbe essere credibile, se non altro perché è durata trent’anni. Yang Yang, un sociologo della Chicago University, ha intervistato personalmente dal 1972 al 2004 un campione di 28mila persone di età compresa fra i 18 e gli 88 anni. La sua conclusione? Gli anziani, negli States, sono più soddisfatti dei giovani e socialmente più attivi, ma soprattutto sono lontani dallo stereotipo mediatico che li vorrebbe sofferenti di solitudine e nostalgia. Secondo l’indagine, inoltre, i vecchietti Yankee sono più disposti dei giovani ad accettare ciò che hanno senza rimpiangere ciò che non hanno.

A me sembra, almeno l’ultimo dettaglio, un modo elegante per dire che sono rassegnati. Sentirsi insoddisfatti da giovani è normale. Ed è bene che succeda, perché l’insoddisfazione è una molla formidabile per migliorarsi, per lavorare sul proprio carattere e sulla propria vita di relazione, per accrescere il proprio bagaglio culturale e professionale. Oltretutto, in una società ipercompetitiva come quella americana, chi si siede (cioè si ritiene appagato) è perduto. Ma solo i giovani possono sperare di lavorare con successo sul proprio carattere, in quanto è ancora malleabile. Solo loro possono sperare di migliorare la propria vita di relazione, perché ne hanno continue opportunità. Solo loro possono aumentare in modo rilevante il proprio bagaglio culturale e professionale, perché possiedono ancora intatte le forze mentali e fisiche per farlo.

Da vecchio, sei quel che sei e sai quel che sai. E’ quasi impossibile che un vecchio violento impari a diventare mite. Ed in vecchiaia è difficile fare nuove amicizie “vere”, tant’è che la vita negli ospizi è un continuo battibecco, un sopravvivere egoista e ipocondriaco punteggiato di ripicche, dispetti, musi, maldicenze, diffidenze e chiusure. Se ne volete la conferma, chiedete a qualsiasi operatore che lavori in quelle strutture. Quanto allo studio, tutti sanno che da vecchi si fatica il decuplo per mandare a memoria le nozioni, e nel lavoro ci si limita a fare “come si è sempre fatto” senza sforzarsi di accettare e sfruttare le novità. Basti a provarlo il rifiuto “psicologico” dell’uso del Computer da parte degli anziani. Dice Yang Yang che però sono soddisfatti. Secondo me gli hanno detto di esserlo, che è ben diverso. E qui si torna alla rassegnazione: magari aiuta a viver meglio, ma sempre rassegnazione è. Chi è obbligato a sedersi perché non ce la fa più a stare in piedi, vive meglio (o soffre meno) se riesce a convincersi che da seduti si sta bene.

Mi sa che ’sto Yang Yang, anche se ci ha messo trent’anni, ha solo scoperto l’acqua calda.

 

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Tuesday, April 22, 2008

Compra l’auto, ma lasciala in garage

Mentre il petrolio sfonda quota 117 dollari, il mercato italiano dell’auto sta entrando in una crisi che di giorno in giorno si fa più allarmante: nel primo trimestre 2008 il calo delle immatricolazioni rispetto al 2007 è stato del 25%. Strano che appena il settore auto entra in crisi si scateni il panico, anche se ormai la Fiat, che ne ha il monopolio in Italia, a Torino ha meno dipendenti del Comune.

Come mai tanta angoscia al capezzale delle quattro ruote? Dicono che sia un settore strategico, simbolico, portante, fiore all’occhiello di ogni nazione industrializzata. Ma lo dicevano anche della siderurgia, anni fa, poi abbiamo visto com’è andata a finire: abbiamo chiamato la Thyssen Krupp a fare il “lavoro sporco” di chiudere gli impianti…

La fortuna dell’auto, però, non finirà, perché le nuove generazioni non sono affatto disposte a farne a meno, nonostante il suo impatto negativo sull’ambiente. Bisognerà allora, invece di frignare, decidersi a modificare l’urbanistica per agevolarne il più possibile l’impiego, invece di fare l’esatto contrario, come ora.

Un dato statistico clamoroso e poco noto è che negli ultimi trent’anni il parco macchine è cresciuto del 50%, ma la sua mobilità è triplicata. Ciò significa che una volta la macchina restava in garage, e la si usava solo in determinate occasioni, con parsimonia, mentre oggi la si usa tre volte di più. Praticamente sempre. Eppure la rete stradale e autostradale è rimasta, nello stesso periodo, sostanzialmente immutata. Siamo ormai al collasso (ci vuole più tempo, al mattino, per raggiungere il centro di Milano dal casello di Rho che per fare l’intero tragitto Torino-Rho), ma i governanti si baloccano con rimedi tanto demagogici quanto inutili, tipo le targhe alterne o le domeniche del pedone.

Nessuno sembra rendersi conto che più cala la velocità media dei tragitti urbani, più cresce l’inquinamento. Senza contare lo stress degli utenti e la perdita di produttività di chi rimane imbottigliato per ore nel traffico. Pur di vendere nuove automobili le abbiamo trasformate in quello che non dovevano essere: in abiti, in status symbol, in prodotti soggetti ai capricci della moda, sempre più costosi ma meno affidabili e meno durevoli.

All’auto, in cambio (e alla mobilità su gomma in genere), i governi agganciano una fiscalità asfissiante, fra accise sui carburanti, balzelli sulle volture e tasse di possesso, mentre i comuni hanno imparato a ricavare dagli autovelox, dalle telecamere fisse ai semafori, dalle multe per sosta vietata e dai parcheggi a pagamento più soldi che dall’Ici. In un comportamento schizoide si continua ad esaltare l’auto e nello stesso tempo si colpevolizza chi la usa, come se il cittadino esemplare fosse tenuto a comprarne una nuova ogni tre anni per sostenere l’economia nazionale, ma poi dovesse sentire il dovere morale di lasciarla ferma perché inquina.

Invece di costruire posteggi, se ne tolgono. Invece di aprire nuove strade, si chiudono le vecchie. Invece di favorire in tutti i modi i trasporti alternativi, si lascia che i Tir intasino le nostre autostrade, nate già obsolete. Poi, non appena la gente si stufa di farsi prendere in giro e di buttare via soldi, e le vendite di auto calano, tutti si stracciano le vesti. Decidetevi.

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Monday, April 21, 2008

La pena del contrappasso

La Guardia di Finanza di Napoli ha arrestato otto persone per aver truffato la Tim di oltre 50 milioni di euro attivando 35mila schede telefoniche false. Lì per lì verrebbe da dire che il danno alla Tim è “figurato”, nel senso che la società telefonica non ci ha rimesso materialmente dei soldi, ma ha solo erogato gratis dei servizi. Far schede false è come entrare allo stadio scavalcando. Il danno si può calcolare nel mancato incasso, ma non nell’erogazione di un plus, perché la partita si sarebbe giocata comunque.

Ma godrei come un rospo svizzero in discesa se il funzionario Tim, telefonando alla Gdf per sapere i particolari della truffa, trovasse un disco: “Qui la Guardia di Finanza. Se siete un privato, digitate 1, se siete un’azienda 2, se siete un ente  pubblico 3, se siete un ente religioso 4, se siete un’organizzazione Onlus 5, se siete altro 6″. Il tipo della Tim digita 2 (anche se sull’effettiva privatizzazione della Telecom avrei le mie riserve), e scatta un altro disco: “Per informazioni generali digitare 1, per reclami su accertamenti 2, per correzioni 3, per autodenunce 4, per delazioni  5, per segnalare reati 6″. Chiaro. Il colletto bianco della Tim digita 6. Il telefono squilla per un minuto a vuoto, poi parte ancora un disco: “Gli operatori sono momentaneamente occupati, si prega di non agganciare per non perdere la priorità acquisita” intervallato da un brano di Mozart eseguito orribilmente al vibrafono. Dopo mezz’ora di musica e di  ”si prega di non riagganciare”, cade la linea. Il nostro, sempre più incazzato, deve ricominciare daccapo la trafila. Lo fa, ma la linea ricade, e poi ricade ancora, e così per altre otto volte. Quando finalmente il nostro, verde di bile, riesce a parlare col numero “di Mozart” sente un altro disco: “Per la denuncia di reati si prega di recarsi al più vicino posto di polizia o stazione di carabinieri, stendere il relativo verbale e trasmetterlo via fax al seguente numero…”.

Il nostro direttore a questo punto deciderebbe di fregarsene, e se ne andrebbe a casa. Perché in fondo la truffa napoletana non danneggia lui, e poi  lui non è pagato per passare i pomeriggi al telefono a farsi prendere per il culo dagli altri. Il danno, poi, è solo figurato, e la Tim ha le spalle larghe, con tutto quel che frega agli utenti nelle bollette e nelle schede.

Però l’incazzatura per essere stato trattato esattamente come la sua azienda tratta i clienti da anni, gli dovrebbe causare un’orticaria cronica e infettiva che dovrebbe trasmettersi a tutti i suoi colleghi, superiori e sottoposti. Così imparate, bastardi.

 

 

 

 

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Sunday, April 20, 2008

Gioco di mano, gioco d’allemano

Uno studio del settimanale ‘Der Spiegel’ rivela che il 53% degli uomini tedeschi si masturba almeno una volta alla settimana. Ormai la masturbazione non è più considerata un tabù. Persino un teologo moralista domenicano come Padre Muraro aveva scritto anni fa sul mensile “Vita Pastorale” che l’autoerotismo “non è un peccato se viene praticato da un adulto sposato che vive momentaneamente lontano dalla moglie per motivi di forza maggiore”. E alla Giornata Mondiale della Gioventù di Toronto alcuni confessori si erano subito adeguati, estendendo il permesso dagli sposati ai single (che mi sembra anche più logico, dato l’handicap di partenza).

Sono comunque lontani i tempi in cui i preti nel confessionale ti chiedevano “Ti sei toccato? E quante volte l’hai fatto? Guarda che se continui diventi cieco!”, quando si mormorava persino che nelle toilettes del Concilio Ecumenico Vaticano II ci fosse un cartello in sette lingue (oltre al latino) con l’avviso: «Si ricorda ai Reverendi Padri Conciliari che il terzo scrollone dopo la minzione, agli effetti della confessione, è considerato onanismo».

Ora, invece, via libera. Però la Chiesa è nebulosa (come sempre) nel porre le regole. Cosa vuol dire, per esempio, “momentaneamente lontano dalla moglie per cause di forza maggiore?” Se uno è in bagno per i suoi bisogni corporali, la moglie in tinello è abbastanza lontana o prima di “toccarsi” bisogna mandarla giù a comprare le sigarette? E i bisogni corporali sono “causa di forza maggiore” o il concetto vale solo per il bisogno solido, mentre quello liquido è da considerarsi “forza minore”? E se uno è arrapato come un toro, ma sua moglie fa storie accampando il classico mal di testa, che forza è?

Bisognerebbe essere precisi in queste cose, graduando le differenti gravità dell’atto onanistico e i relativi castighi. Chi lo fa al telefono con i call-center erotici della serie “zitto e godi”, diventa cieco. E qui non ci piove (o se piove non è acqua). Chi lo fa guardando le troione nude che si contorcono sui divani delle Tv porno “chiama subito”, ma senza telefonare, diventa solo miope (facciamo tre diottrie per occhio). Chi lo fa a televisore spento, ma pensando alla Yespica, diventa presbite e astigmatico. Chi invece lo fa pensando a Rosy Bindi è già cieco di suo, quindi resta com’è. Al massimo va portato dallo psichiatra.

 

 

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