E’ dura elaborare un grande lutto. Chi mi ama o semplicemente mi conosce sa che fatico come un disperato, e vacillo da tre anni aggrappato a dei fiori e delle foto, trafitto dai ricordi. Né mi aiuta (per quanto sia gradito, come conforto passeggero) tuffarmi nel lavoro, andar fra amici o cercare distrazioni. Lo dice il termine stesso: distrazioni. Da «distrarre», trarre fuori, far deragliare. Queste e altre piccole cose (come le dolcezze della famiglia e dei mutanti paesaggi) fanno deragliare per pochi istanti il treno del mio pensiero dal suo binario di tristezza, diritto e senza fine. Anzi, più che deragliare, lo fanno fermare. Sono come piccole stazioni di conforto in cui scendo dal treno del dolore e faccio quattro passi sulla banchina della vita, per sgranchire un po’ i muscoli dell’anima. Dove volto le spalle al mio ’sadness express’ e guardo altri convogli che passano o si fermano, senza salirci. Dove lascio che pensieri diversi massaggino la mente col balsamo dell’oblio alleviandone per un po’ il perenne crampo da rimpianto.
Maria Claudia sta bene, so che è nella luce, e la sento. Il mio treno va verso lei, e questo è l’unico, vero conforto, subito spazzato via dal pensiero che doveva essere il contrario, dovevo precederla io al Grande Capolinea Celeste. Lei, piccolina, mi consola come può. Viene da me sotto forma di farfalle, api, insetti fra la barba, arriva in voli d’uccelli improvvisi e radenti nella mia direzione, mi parla col latrato sommesso e ingiustificato della mia lupa (che la vede, fortunata lei), si manifesta in coincidenze, segnali, aiuti che tocca a me avvertire, interpretare, sporgendomi sul lago dello scetticismo altrui e raccogliendoli come foglie galleggianti, pronto a giurare che sono solo foglie galleggianti e nulla più, ma lieto nel segreto del cuore che sia stata lei a spingerle verso la mia riva.
Anna, mia moglie, soffre come e più di me. Nulla è cambiato, salvo l’inusuale presenza di tanti fiori sempre freschi, nella stanzetta luminosa di Titti. I suoi vestiti sono ancora negli armadi, le sue maglie nei cassetti, i suoi ninnoli nei cofanetti, i suoi libri e quaderni sugli scaffali… Ah, i quaderni! Anna ogni tanto va là a sfogliarli, e torna con gli occhi gonfi. Io mi guardo bene dal dirle di non farlo, perché ci resterebbe male come ci resto io quando qualcuno, vedendomi annaffiare alla palina, si ferma a dirmi di smetterla, di non far male a lei e a me soffrendo così tanto, di lasciarla andare.
Come se fosse facile. A parte che Titti è già dove doveva essere, nella luce della dimensione divina (e non deve andare da nessun’altra parte, né siamo noi a trattenerla dal fare un viaggio che ha già compiuto), è liberarsi dal rimpianto che è impossibile. Ci si può rassegnare. Conviverci. Mai dimenticare quell’oscena amputazione di una parte di noi. La sua presenza, la sua fisicità ci assilla e nello stesso tempo ci conforta, nel ricevere le visite dei suoi amici, nel vedere altri giovani della sua età fare le cose che avrebbe fatto lei se non. Quando finiscono le scuole, ad esempio (tre volte, da quando lei ha lasciato il banco vuoto, ed è ancora vuoto perché i compagni di classe han voluto così…) Anna è particolarmente fragile e angosciata. Le manca il metadone di pensarla a scuola, innocente escapismo (l’escapismo è una forma estrema di auto-distrazione che serve ad allontanare la mente da una realtà che fa troppo soffrire), le manca quel salto quasi inconscio dalla realtà reale a quella desiderata che finora l’ha aiutata a tirare avanti. Di pomeriggio e di sera la stanza vuota può dirle “Titti non c’è perché è dalle amiche” e di mattina “perché è a scuola”, ma quando la scuola finisce cade il velo, e pensarla nel banco è più difficile. La dura realtà affonda il morso, e lei non riesce a sfuggirle.
Ieri sera, per dire, era vigilia di maturità. Tutti i compagni di Titti erano in angoscia, come sarebbe stata lei se non. Ci sono stati due lunghi ‘black out’ elettrici (forti segni di presenza, talvolta, di anime trapassate) e allora Anna si è concessa l’innocuo escapismo di essere inquieta anche lei, come se Titti dovesse davvero fare il tema stamattina. Ha persino telefonato ad un paio di compagne per rincuorarle e incoraggiarle. E stamane ha voluto sapere subito quali temi di italiano erano stati sorteggiati. Quando ha saputo di Montale, ha immediatamente cercato fra i libri la poesia da analizzare nel tema, “Ripenso al tuo sorriso”. La trascrivo:
Ripenso il tuo sorriso, ed è per me un’acqua limpida
scorta per avventura tra le petraie d’un greto,
esiguo specchio in cui guardi un’ellera i suoi corimbi;
e su tutto l’abbraccio d’un bianco cielo quieto.
Codesto è il mio ricordo; non saprei dire, o lontano,
se dal tuo volto s’esprime libera un’anima ingenua,
o vero tu sei dei raminghi che il male del mondo estenua
e recano il loro soffrire con sé come un talismano.
Ma questo posso dirti, che la tua pensata effigie
sommerge i crucci estrosi in un’ondata di calma,
e che il tuo aspetto s’insinua nella mia memoria grigia
schietto come la cima d’una giovinetta palma…
“sorriso… acqua limpida… abbraccio di un bianco cielo quieto… oh, lontano… anima ingenua… recano il loro soffrire con sé… pensata effigie… memoria grigia… cima di una giovinetta palma…” Ditemi, amici: non sembra un suo messaggio per noi? Non rispondetemi che è solo un caso, che sul lago dello scetticismo è normale che le foglie galleggino. Lo so, lo so… Ma questa, proprio questa poesia, l’ha spinta verso riva lei, col soffio delicato del suo amore.