Friday, October 31, 2008

Zucche vuote senza lume

I baciapile e i paladini dell’identità culturale (col sindaco di Venezia Cacciari in testa) se la prendono con Halloween. Perché è pagana, perchè è di fresca importazione e d’incerto pedigree… Invece, se venisse capìta, quella tradizione servirebbe. In fondo è la versione nordica di due feste, i santi e i morti, che da tempo qui hanno perso il loro senso originario per diventare due semplici giornate in cui il piacere di far vacanza schiaccia ogni altra valenza. I santi e i morti sono feste antiche, di gran significato, comuni a tutte le civiltà e tutte le epoche. Dovrebbero toglierti dai soliti pensieri, e richiamarti ad altri più profondi. La festa celtica di Halloween, al di là del suo rituale ludico e della sua iconografia macabra (simbologie scaramantiche) premia gli spiriti sui corpi. Evoca cioè l’attività inquietante dei trapassati, la loro vita in un’altra dimensione, le loro interferenze con la nostra dimensione, la certezza dell’esistenza di un al di là pieno di spiriti. Noi cristiani invece ci limitiamo a lustrar lapidi e deporre fiori su quel che resta dei corpi

E i santi? Quanti sanno che di santi ce ne sono tantissimi, anche più di quanti ne citi il più dettagliato dei calendari, quello di Frate Indovino? Chi ha letto le loro vite? Senza nulla togliere a Padre Pio, divenuto icona nazional-popolare suo malgrado, ci sono centinaia di santi semisconosciuti che sono interessanti quanto lui, e molti di essi non figurano neppure nei calendari, anzi, a volte non si sa neanche bene dove siano sepolti. E’ bello e giusto, quindi, rivolger loro un pensiero devoto almeno una volta l’anno, e rivolgerlo anche a tutti i morti offesi dall’oblìo dei vivi, quelli buttati nell’ossario comune. Lo trovo un luogo caro, l’ossario, perché racchiude nella superiore e livellatrice grazia del suo abbraccio anonimo il vero senso dell’omaggio ai defunti.

E poi, se si perde memoria di chi giace nei cimiteri, pensate a quanti, nei millenni, sono morti senza sepoltura, o sono stati sepolti in fretta nella nuda terra, con una rozza croce di legno presto abbattuta dalle intemperie. Pensate alla mummia di Similaun, per 5000 anni sepolta sotto il ghiaccio, e ai tanti corpi come quello che, inghiottiti dai crepacci nel corso dei secoli, ancora fluttuano lentamente  nelle viscere dei ghiacciai. Pensate ai soldati russi del generale Suvarov, caduti nel 1799 e gettati nudi nella cisterna della Cittadella di Torino. Sono ancora là sotto, i loro scheletri, e pochi lo sanno. Erano gente umile, contadini, popolani, gente morta lontano da casa e presto dimenticata, come quelli dell’ossario.

Fermiamoci magari là, il 2 novembre. Almeno col pensiero, perché il grande pozzo cinquecentesco (che sta dietro la Caserma Cernaia) non è visibile. Anzi, dopo che è morto il generale Amoretti, il suo localizzatore ed ultimo esploratore, difficilmente sarà più riaperto, anche se è un’opera di architettura militare unica, con due rampe d’accesso elicolidali (una per scendere, una per salire) che permettevano di calare fino in fondo ad attingere l’acqua addirittura coi muli, senza incrociarsi. Con un quarto di quello che è costato il solo tetto dello stadio olimpico, si sarebbe potuto scoperchiare quest’assoluta opera d’arte, restaurarla e renderla visitabile. Ma quelle sono altre storie, che fanno rabbrividire come le maschere di Halloween e soprattutto hanno come emblema, anch’esse, zucche vuote. Senza lumi dentro, però.

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Thursday, October 30, 2008

Tutto è relativo, se ci fa comodo

“I politici e i polemisti come te” mi scrive un amico a proposito delle mie contrapposizioni di polverose memorie belliche “più d’ogni altra cosa adorano il passato, e in esso trovano brandelli di memoria da scagliarsi addosso, che dovrebbero dimostrare al pubblico l’incoerenza delle posizioni sostenute nel tempo dai loro nemici del momento. Il guaio vero è che tutti o quasi in Italia negli ultimi anni hanno sostenuto tutto e il contrario di tutto. Da quando sono esplose ideologie e identità, l’incoerenza è pressoché generale, circolare, contagiosa. Invece tutto avviene nella vita reale in modo più complesso di quanto riesca ad esprimere un ritaglio ingiallito di giornale. Insomma, non ci si capisce più niente”

E’ vero. Non ci si capisce più niente. Spesso, riflettendo sulla coerenza, mi sono chiesto se essa non venga apprezzata solo perché è comoda, rilassante. Perché la coerenza, l’ordine e la logica evitano le sorprese. Chi è perfettamente coerente, anche se è rassicurante come il green del golf o un campo da bocce senza pendenze, è prevedibile. L’incoerenza invece è giungla, sbalzo, movimento, sorpresa, ma mai noia, tant’è che una delle principali chiavi comiche si fonda proprio sul rovesciamento dei presupposti logici, sulla violazione della sacralità formale, sulla storpiatura delle parole, cioè sull’incoerenza. La coerenza è apollinea, l’incoerenza è dionisiaca. L’una è forma, bellezza, legge, immutabilità, immobilità, cioè morte. L’altra è rivoluzione, contraddizione, trasgressione, movimento, cioè vita.

A questo punto la domanda è: che posto dobbiamo dare, allora, alla coerenza nella scala dei valori condivisi? Nella logica aristotelica il suo contrario, la contraddizione, è segno di sconfitta, ma Nietzche sosteneva che il serpente, se non può cambiare pelle, muore, e lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di mutare opinione. “Mi riservo con fermezza il diritto di contraddirmi” scriveva Paul Claudel. E qui siam persi. Perché allora si può arrivare a perdonare (o addirittura ad esaltare, forzando il processo) anche l’incoerenza nell’unità di tempo. Non solo, cioè, fare una cosa e poco dopo il suo opposto, ma farle entrambe insieme. Non solo predicare bene e razzolare male, ma comunicarsi bestemmiando.

Un guru della letteratura rossa come Leone Ginzburg ha scritto: “La coerenza assoluta non esiste, e anche la coerenza politica non esclude una serie di contraddizioni sul piano privato”. Col che sono assolti i vari Caruso (cioè i proletari latifondisti), i pacifisti che assaltano le ambasciate, i no-global con le Nike ai piedi, i compagni architetti ex-sessantottini col poster del Che in studio che girano in Suv e sfruttano i neolaureati pagandoli (in nero, e a cottimo) meno della donna delle pulizie (anche lei in nero), Chirac che critica Bush e riceve con tutti gli onori Mugabe, Putin che condanna la guerra a Saddam e massacra i Ceceni, eccetera…

Tutto è relativo, se ci fa comodo. Pretendiamo rispetto della natura e dei diritti umani, lealtà e coerenza dagli altri, quando la loro azione non collima con i nostri interessi pratici o ideali. Però, quando gli altri pretendono coerenza da noi, citiamo Nietzche, Ginzburg e Claudel. Màh…

 

 

 

 

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Wednesday, October 29, 2008

Lei, da che parte è morto?

Pian piano si sta procedendo alla rivisitazione storica del secondo ‘900 (rifiuto con fermezza sia il termine leninista “revisionismo”, sia il dogmatico “negazionismo”, che sottintende l’intoccabilità della verità acquisita), una rivisitazione a lungo auspicata e finalmente avviata, sia sul piano storico-scientifico, sia su quello mediatico-divulgativo. Ci sono voluti 50 anni perchè si osasse parlare di gulag, di fòibe, di guerra civile italiana. Poi, grazie anche ad opere di larga diffusione come i libri di Pansa e il film di Spike Lee su Stazzema, la gente comincia a interrogarsi sulla credibilità di una storiografia così strabica come quella imposta dai rossi. Però, guarda che scherzi fa la politica: proprio oggi che le sinistre sono in vacca, i ruoli si rovesciano.

A settembre un uomo di destra, il presidente della Camera Gianfranco Fini, leader di An, dice che i soldati della Rsi “combatterono dalla parte sbagliata”. Il mese dopo un uomo di sinistra, il nostro Presidente della Repubblica (un comunista così ortodosso che nel ‘56 lodò e avallò, come membro del comitato centrale del Pci, l’invasione sovietica di Budapest) dice che i militari italiani caduti in 5200 nella battaglia di El Alamein “furono tutti guidati dal sentimento nazionale e dall’amor di Patria, loro come chi combatté con altre divise”. E non solo. Il compagno Napolitano aggiunge che “quella sconfitta non ha gettato alcuna ombra sui valori di lealtà e di eroismo dei combattenti italiani o tedeschi, ma fu dovuta alla soverchiante superiorità di mezzi e di uomini dell’opposto schieramento”.

Proviamo allora a fare un salto indietro di 2000 anni. Spostiamoci a Porta Collina, nell’antica Roma. Siamo nell’82 avanti Cristo. Silla, legato all’oligarchia aristocratica degli ottimati (oggi si direbbe un conservatore) arriva nell’Urbe alla testa dell’esercito romano, reduce dalla vittoriosa campagna mitridatica. I suoi nemici sono i “mariani”, i popolari di Cinna, che oggi potrebbero essere il Pd, e vogliono (vizio antico della ditta) spodestarlo con un ribaltone. Le due parti si danno battaglia. Vince Silla, e muoiono 40.000 mariani. In attesa che il compagno Fini mi dica se sono morti almeno dalla parte giusta, plaudo comunque al camerata Napolitano, che ad El Alamein ha reso onore a dei caduti, fregandosene della parte per la quale combattevano.

L’imparzialità dell’inquilino del Quirinale di fronte alla morte, ha però sollevato l’indignazione di chi dice “uffa, basta, è roba passata” quando si parla di purghe staliniane o di BR, ma insegue coi suoi giudici le SS novantenni, e non riesce ancora a metabolizzare il ventennio. Quest’odio viscerale per ogni cosa che odori anche lontanamente di orbace ci ha portato, nel dopoguerra, a buttar via il bambino con l’acqua sporca, cioè a sminuire tutto quanto stava a cuore al Duce. Dal latino allo sport, dalla goliardia agli alpini, tutto era sospettato, dopo, di “rivisitazione nostalgica”. E così, dài e dài, il latino è stato abolito, lo sport è sopravvissuto (stentatamente) solo grazie al Totocalcio, la goliardia è stata ridimensionata e lo spirito di corpo degli alpini è stato annacquato con l’abolizione delle leve regionali.

La ratio dell’odio rosso per gli alpini è anche un’altra, oltre al sospetto che le penne nere fossero in gran parte leghiste, e in ogni caso refrattarie all’indottrinamento comunista. L’altra ragione è che per chi usa le piazze come sostituti delle urne, per chi ama sentirle risuonare solo di slogan violenti, tafferugli e vandalismi, è insopportabile vederle vibrare solo di canti e di allegria, stracolme di goliardi o di alpini. Eppure gli alpini hanno lasciato, solo nel gelo della Russia, 85mila morti. Che però, fino a quando il gerarca Napolitano non andrà sul Don a sdoganarli come ha fatto coi caduti di El Alamein, resteranno morti “dalla parte sbagliata”.

 

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Tuesday, October 28, 2008

Certe facce

Bastava guardare certe facce laide e incazzate nelle foto della “manifestazzione de sabbato ar circo Massimo” per provare nei confronti di questa sinistra un senso di nausea. E’ la peggiore sinistra d’Europa: vile, ipocrita, falsa, attaccata al potere, del quale ha sempre cercato, ottenuto e conservato i privilegi; l’unica sinistra incapace di esprimere un leader riformista credibile e costretta ad affidarsi prima ad un vecchio boiardo di Stato democristiano (uno che tra una seduta spiritica, una consulenza stramiliardaria alle ferrovie e una svendita di beni statali ai suoi compagni di merende ha rappresentato una delle figure più corrotte e inquietanti del dopoguerra) e poi ad un mancato sessantottino cinéfilo, rampollo viziato di un megadirettore della società dei magnaccioni (la Rai rossa).

Uno dei grandi problemi in Italia è proprio questo: l’assenza di una sinistra decente. Oggi che la classe operaia è andata in paradiso, ci ha lasciato l’eredità di un comunismo senza più comunisti; la caricatura di ciò che la storia ha buttato nella spazzatura della memoria; un comunismo che non ha più proletari da riscattare, ma solo interessi da tutelare e balordaggini intellettuali da rivendicare. Un comunismo che ha perso operai e lavoratori e si è tenuto i sindacalisti, le clientele di intellettuali ed  artisti in cerca di scorciatoie per la carriera, i figli di papà che giocano alla rivoluzione, i burocrati “culo-di-pietra” della pubblica amministrazione, gli assessori corrotti… insomma il peggio della società. Un comunismo che ama a dismisura il capitale (al punto da lottare per avere il controllo delle banche), ma che odia i capitalisti. Un comunismo che non nutre più una coscienza di classe (Céline aveva già capito nel ‘38 che quell’espressione era solo una “demagogica fottitura”), ma solo odio ideologico ormai irrancidito (vedi le recenti dichiarazioni del “poeta” Edoardo Sanguineti) e snobismo intellettuale.

Un comunismo costretto a cambiare sigla e marchio mille volte per rendersi presentabile e nascondere la puzza di sangue e di menzogna che si porta addosso. Un comunismo che ha bisogno di tenersi in seno la serpe Di Pietro per ripagarlo di aver chiuso un occhio durante tangentopoli sulle sue magagne, ma poi deve tornare sulle barricate, rioccupare scuole e università per non perdere consensi, perché la serpe Tonino gli sta scavando la terra sotto i piedi, li scavalca a sinistra, gli fotte l’elettorato ancora drogato di odio per Berlusconi. “Ma anche” Veltroni è lo specchio di questa sinistra italiana stracca, litigiosa e senza progetti, piena di contraddizioni, amante delle piazze, “ma anche” dei salotti confindustriali, legata a filo doppio ai grandi poteri occulti, “ma anche” ufficialmente “in lotta” per necessità di brand.

Bastava guardare sabato a Roma certe facce arroganti, cariche di odio ideologico, per vederci lo specchio di un’Italia irreale, che esiste solo sui giornali (e nei ricordi della “meglio gioventù”, che i giornali li scrive). Meno male che quelli in piazza erano meno dell’1% della popolazione: l’altro 99%, la parte sommersa, nascosta, invisibile agli intellettuali, ai giornalisti, ai sondaggisti, quella che i Santoro, i Floris e i Gad Lerner non invitano nelle loro arene faziose zeppe solo di claque rossa, quella che il “Nobel” Dario Fo non conosce e sua moglie Franca Rame semplicemente odia, quella che l’armatore D’Alema non considera, quella che la femminista-mai-stata-femmina Rossana Rossanda disprezza, quella che il latifondista rivoluzionario Caruso aggredisce, non ha sfilato a Roma.

Ma quella è l’Italia che a tutti loro garantisce libertà, civiltà e benessere. L’Italia della gente normale. L’Italia che affronta ogni mattina la crescente povertà, il dolore di un’identità in liquefazione, la paura per l’immigrazione selvaggia, l’ansia per la crescente delinquenza, lo sfascio delle istituzioni, lo sdegno per la pubblica corruzione impunita e spavalda, il futuro incerto e minaccioso e le grandi questioni che la storia le pone di fronte (come la balla del global warming) con la semplicità del buonsenso, della dignità e dell’amore. L’Italia che, pur essendo cresciuta nella scuola controllata dai compagni e aver subito il loro tentativo di plagio, si è scoperta refrattaria alla loro cronica e faziosa livorosità, e soprattutto ha continuato a ragionare con il proprio cervello, senza consegnarlo all’ammasso marxista che lo reclamava.

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Monday, October 27, 2008

Ciulate coi timbri

Doccia scozzese. L’argomento apparentemente frivolo dell’ultimo post (la storia del reverendo Scott Mansfield citato in tribunale per aver “collocato in inferno”, durante l’omelia funebre, un suo parrocchiano defunto che gli stava sul cazzo) diventa ponderoso e scottante grazie all’acuto commento lasciato da Michele. Andate a leggervelo. Nell’analizzare il post, Mike si concentra  sulla sua parte finale, e cioè sulla mia critica all’usanza americana del PQL (patto di quota lite: “io sono avvocato, tu mi dai l’incarico, io non ti chiedo un dollaro, ma se vinco si fa mécia”), dicendo cose molto interessanti.

Vedi tu, come da un “argomento del cactus” possono nascere dibattiti interessantissimi, che meriterebbero un intero seminario! Ringrazio Mike, col quale sono senz’altro d’accordo, almeno per i risvolti liberali e pauperisti che ha il PQL rispetto alla totale mancanza di concorrenza del nostro sistema forense, ingessato e corporativo. Gli ricordo solo che in troppi casi l’esasperazione del PQL (unita alla coglionaggine e alla smania di protagonismo di certi giudici yankees, a dimostrazione che tutto il mondo è paese…) ha combinato dei veri e propri sconquassi, specie nelle “class actions”.

Da un lato, cioè, ha prodotto effetti tragici come il riconoscimento di indennizzi spropositati rispetto ai danni effettivamente subìti, per pagare i quali le imprese condannate sono fallite, con perdita del lavoro per i loro dipendenti e ricadute negative sull’economia Usa. Dall’altro ha prodotto effetti comici, come quello delle case produttrici costrette ad accompagnare i loro prodotti con libretti di istruzioni che sono dei volumi spessi e complicati (e quindi difficili da consultare) perchè farciti di raccomandazioni idiote.

Qualche esempio? Nelle istruzioni di un phon: “se lo usate stando immersi nell’acqua evitate che venga a contatto con essa”. In quelle di un trapano: “se avete la punta del trapano in una mano, non schiacciate il grilletto d’avvio con l’altra”. In quelle di una canna da pesca: “La casa produttrice non risponde dei danni derivanti dall’eventuale uso improprio di questa canna telescopica, sia chiusa che aperta, come surrogato fallico”, eccetera. Senza contare il puritanesimo yankee, che mescolato all’avidità di giovani avvocati spregiudicati a caccia di clienti PQL, ha creato intorno all’atto sessuale una micidiale atmosfera di pericolosità legale.

Molti studenti, nei campus americani, hanno ormai l’abitudine di farsi firmare, prima di accedere ad un coito occasionale, una liberatoria. In essa il partner dichiara di essere consenziente, e di aver avuto conferma dai certificati medici opportunamente esibiti che il suo cociulante è esente da Hiv e da altre malattie veneree (oppure, in mancanza di certificati, che accetta liberamente il rischio di contrarle).

Pensa tu, che bel clima romantico aleggia intorno a queste scopate! Probabilmente il consiglio che si è sempre dato ai giovani amanti inesperti in questi casi (quello di abbondare, di soffermarsi molto sui preliminari) verrà da loro interpretato come necessità di presentare alla firma pile di documenti, prima di spogliarsi. Già gli yankees erano diventati maestri assoluti nella contrattistica prematrimoniale, proprio perché costretti a difendersi, nei divorzi, dagli eccessi delle PQL. Ora stanno burocratizzando anche la galuppa e salutare ciulata di una notte e ciao… Giuradìsna, ci sarà pure il giusto mezzo fra lo stupro animalesco di certi depravati e la ciulata “notarile” anti PQL degli americani!

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Saturday, October 25, 2008

Storie del cactus

Post leggero, come si addice al week-end in cui dormiremo un’ora in più perchè torna l’ora solare. A Chama (New Mexico, Usa) una famiglia ha fatto causa al parroco, il reverendo Scott Mansfield, e alla diocesi di Santa Fé. Motivo: durante la messa funebre dell’ottantenne Ben Martinez, il prete ha detto che il defunto era, sì, cattolico, però solo a metà, perchè ne aveva combinate troppe in vita sua, e quindi sarebbe di sicuro finito all’inferno. I suoi parenti, offesi, hanno chiesto il solito risarcimento miliardario per “gravi sofferenze psichiche ed emotive” che si usa chiedere negli States.

Da buon piemontese, visto che la vicenda si è svolta a Chama, mi verrebbe da dire “Chama n’àutr!”. Non è che, delle volte, i preti del New Mexico dicono messa usando la tequila al posto del vino? Della chiesa romana Don Mansfield conserva il vizietto di decidere lui chi sia cattolico e chi no, e in che percentuale. Però, se il suo parrocchiano era cattolico solo per metà, anche lui che ne era il prevosto, a ben pensarci, è prete solo per metà. Il sangue anglosassone (vedi cognome) lo ha fottuto, facendogli perdere la metà più tipica del prete: l’astuta ipocrisia.

Tequila o no, il sanguigno curato a l’ha vorsù gavésse la nata, e a l’ha spuvà ‘l babi (ha voluto togliersi lo sfizio e ha sputato il rospo). Chissà quante glie ne aveva fatte patire, quel Ben. Forse era una specie di Don Rodrigo. Però morto senza lasciar eredi coi marroni, perché se li avessero avuti avrebbero bruciato la canonica, invece di limitarsi a fargli causa. Mi spiace, caro Don Scott: la tua franchezza anglosassone ti rende simpatico, ma sei stato rude e abrasivo come la carta vetro, a dispetto dei dieci piani di morbidezza evocati dal tuo nome; l’astuzia latina, invece, non solo ti avrebbe messo al riparo dalle azioni legali, ma ti avrebbe anche suggerito come sfruttare economicamente la cattiveria di Ben.

Prendiamo un prevosto italico-tipo, per esempio Don Abbondio. Cosa avrebbe fatto il prete manzoniano in un frangente come questo? Bèh, intanto alla messa funebre avrebbe lodato con enfasi il defunto. Poi, col passare dei mesi, avrebbe cautamente avanzato dei dubbi, confessando le beghine di famiglia, sulla di lui salvezza. L’avrebbe collocato non all’inferno, ma in purgatorio, dove l’anima bella avrebbe avuto bisogno certamente di preghiere, ma soprattutto d’indulgenze, ottenibili con offerte alla parrocchia.

L’incazzoso curato di Chama ha gettato alle ortiche (pardon, ai cactus) la gallina dalle uova d’oro. Ora quel pennuto l’ha trovato uno dei tanti avvocaticchi che battono la provincia Usa in cerca di cause. Sapete come funziona, là. Hai subito un danno e non hai i soldi per adire le vie legali? Eccomi qua: io sono avvocato, tu mi dai l’incarico, io non ti chiedo un dollaro, ma se vinco si fa mécia. Non so come andrà a finire tra Don Scott e la famiglia di Ben, ma queste sono proprio le storie che fanno vacillare la mia stima per gli yankees. Stima già messa a dura prova, se devo dire, dai loro truschini bancario-borsistici che hanno inguaiato il mondo.

 

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Friday, October 24, 2008

Nobel d’élite e bagna di massa

Parlare di premi Nobel e di bagna caoda nello stesso post è un accostamento insolito. Mi si perdoni, ma non è colpa mia se il sacro intingolo piemontese debutta nel fojòt ogni autunno ai primi freddi, proprio mentre giunge l’eco delle strambe assegnazioni di Stoccolma. La bagna avrà almeno dieci secoli di storia alle sue spalle, il Nobel uno solo, ma sono entrambe istituzioni che esigono rispetto, anche quando non lo meritano. Un motivo c’è sempre. Del mancato Nobel letterario a Roth s’è detto: questione di dover sempre spiazzare i bookmakers con scelte cervellotiche (e infatti l’hanno dato allo sconosciutissimo e barboso francese Le Clézio).

Della mancata bagna caoda di Faule dirò oggi: questione di doverne servire 10mila in 5 giorni. Perché questa è la cifra della “sagra della bagna caoda” di Faule, paesino del saluzzese. Enormi tendoni, cucine da campo, lunghissime tavolate da oktoberfest, orchestrine, giostre… La bagna la cucinano e la servono gli abitanti del luogo, ma pur lavorando gratis in 100 (su 400 faulesi, è praticamente la metà degli abili al lavoro) è inevitabile che per sveltire la preparazione ricorrano al frullatore. Ciò fa storcere il naso ai puristi della bagna come me, così come l’aggiunta (generosa) di latte e panna, perchè ne vien fuori una specie di frappé caldo che sa d’acciuga e vagamente d’aglio. Buono, dico mica di no, ma spurio.

Loro dicono che così fa puzzare di meno. Ma dove sta scritto che la bagna non deve far puzzare? Il suo mito nasce anche da lì, dal coraggio di mangiarla pur sapendo che ti farà affrontare il mondo, il giorno dopo, con un alito ammazzamosche. Quell’alito è una bandiera, è un’esibizione di piemontesità, è come dire a chi t’incontra: “E bin, më spussa ‘l fià. E con lòn?Mi i son piemontéis, e l’hai mangià la bagna, chi ch’a-i va nèn ch’as gira da l’aotra part”. M’accontento di pensare che i faulesi, così facendo, propagandano almeno fra i giovani, con la scusa del ballo, della sagra e dell’allegria, un piatto che sta scomparendo.

L’idea della maxibagna è venuta anni fa al sindaco faulese in Argentina, dove ha visto che nel paese gemellato con Faule, Humberto I, alla bagna dedicavano addirittura una “fiesta régional”. Non è commovente che a migliaia di Km da qui, nell’altro emisfero, i piemontesi emigrati e i loro discendenti si tengano aggrappati alle loro radici con bagnecaode omeriche? Invece qui i rampolli ‘pitiquiti’ la snobbano per non puzzare. Fanno bene i faulesi a cercare di rieducarli. E pazienza se ci provano col frappé. Magari può funzionare, come dargli da bere Tavernello per educarli al vino, o fargli leggere Bevilacqua per educarli alla lettura. L’importante è non perderli. La qualità glie la spieghiamo poi.

 

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Thursday, October 23, 2008

El bocon dël prèive

Quando sono solo, d’estate, mi capita spesso di cenare con un pollo arrosto bello caldo e croccante. Primo, perchè è “di pronta magna” (versione masticatoria di quella buffa qualifica tracannatoria “di pronta beva” inventata dagli enologi per i vinelli che è meglio non lasciar invecchiare) e questo è importante per chi, come me, ha il tetto delle sue capacità culinarie nel toast e nell’uovo strapazzato. Secondo, perché è buonissimo, o almeno a me piace, da matti. Terzo, perchè costa relativamente poco, rispetto al desiderio che ne ho. Il pollo rappresenta ancora una ghiottoneria per me che da bambino, sui giornalini, lo vedevo sempre disegnato in un fumetto sopra i personaggi che sognavano di mangiare. Anche se al discount adesso il pollo costa al chilo meno delle castagne, nel mio immaginario è rimasto un cibo da ricchi, mentre le castagne, per care che costino, mantengono la loro valenza di cibo umile, da poveri.

Mi ricordo una cosa stupefacente, che mi è capitata mangiando il pollo arrosto da solo, non molti anni fa. Quando ero già giovanile, voglio dire. Giovanile, sì, perché la maturità (o anzianità, o vecchiaia, come vi pare) per un goliardo non esiste. Per noi la vita ha solo tre età: quando si è bòcia, quando si è giovani e quando si è giovanili. Poi si sale alle osterie celesti. Comunque quella volta mi ero seduto col cartoccio del pollo caldo innanzi a me, e l’avevo estratto per mangiarmelo con le mani. Mangiare con le mani è un gesto ancestrale che adoro, perché in esso i miei cromosomi barbarici repressi si sentono finalmente liberati, appagati. In fondo mezzo mondo mangia con le mani ancora oggi, e anche noi occidentali siamo passati dalle dita alle posate solo da cinque o sei secoli.

Così riflettevo mentre divaricavo le cosce del pollo per staccarle. Ed è stato in quel preciso istante, con quelle cosce aperte in mano ed il boccone del prete ben visibile in mezzo ad esse, che ho capito. Per chi non lo sapesse, viene chiamata “boccone del prete” la punta posteriore della gallina. Mia nonna la dava sempre al nonno, e ci spiegava che quel pezzo si chiama così perché, essendo la parte più buona dell’animale, la si dà al capofamiglia o all’ospite di riguardo, quale spesso è il prete. Tutti, sempre, mi hanno confermato questa spiegazione, anche se a me quella specie di cuscinetto grasso con l’ossicino in mezzo non è mai piaciuto tanto, anzi, a dir la verità ho sempre trovato strano che tutti fossero d’accordo nel giudicarlo il boccone migliore del pollo.

Ma in quel momento, guardandolo in quella posizione, ho capito. Ci ho messo cinquant’anni, porca miseria, ma finalmente ci sono arrivato. Che ingenuo! Altro che boccone migliore! Quello è l’organo sessuale delle galline, la polpa tondeggiante che circonda l’orifizio da cui escono le uova, ed anche gli escrementi. Praticamente è figa e culo insieme, due parti anatomiche che nella donna i preti  hanno sempre ammirato (e spesso praticato) di nascosto. Certo, il clero una volta era potente e permaloso, ed era meglio non alludere esplicitamente a queste sue debolezze; quindi l’astuto popolino era ricorso alla sua arguzia millenaria inventando questa bugia ammiccante, questa allusione travestita da complimento. Più ci penso, e più ne sono certo: il “boccone del prete” era per i nostri avi una metafora del sesso femminile. Mi ha fatto ridere di gusto, quest’allegoria beffarda e nel contempo inattaccabile, quando l’ho capita. Però poi, quando ho avvicinato le labbra a quella parte ancora tiepida e l’ho succhiata piano, delicatamente, ben a fondo, ho provato come un piacere nuovo.

 

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Wednesday, October 22, 2008

La dialettica fra opposti che muove l’universo

 

E così Pietro Maso, che assassinò entrambi i genitori nel 1991 a Montecchia di Crosara (un ridente paesino in provincia di Verona) è in regime di semilibertà da oggi. Nottata in cella, giornata fuori, al lavoro. Ferdinando Carretta, che nel 1989 uccise a colpi di pistola padre, madre e fratello, è già fuori anche lui, e ha anche ereditato il bell’appartamento di Parma. Fra un po’ toccherà anche ad Erika e Omar, i fidanzatini di Novi Ligure che nel 1991 trafissero a coltellate la madre e il fratellino di lei. E non so fino a quando il tribunale riuscirà a respingere le istanze di libertà provvisoria avanzate dal fortissimo (e pagatissimo) collegio di difesa di Annamaria Franzoni, la Medea di Cogne.

Montecchia, Novi, Parma, Cogne… un denominatore comune unisce i teatri di delitti così efferati: benessere e villette. Mica miseria e ghetti. Ma… allora? Se la miseria non c’entra, può bastare, a spiegare tutto ciò, la teoria della solitudine morale e affettiva, il cosiddetto “logos” perduto? L’odierna incapacità, cioè, di comunicare, confrontare, dipanare il groviglio dei propri sentimenti? Magari contribuisce. Ma non basta. Perché è vero che radio,Tv e videogames atrofizzano la parola, senza la quale il nostro tic-tac è vano come quello di orologi privi di lancette, però oggi non ci sono quasi più analfabeti, e via Internet, forum o sms anche i più timidi riescono a chattare, informarsi, esprimere analisi, spiegarsi, comunicare. Se le molle dei delitti fossero solo la miseria e l’ignoranza, oggi non si spiegherebbe la stragrande maggioranza delle stragi familiari.

E’ fuorviante anche prendersela con i film di stupri e violenze acquistabili nei porno shop e persino in edicola (o scaricabili dalla rete), o incolpare gli short visibili su Youtube, perché il male è sempre stato esibito dall’uomo, fin dalla preistoria. L’odierna “pulp fiction” vale quanto l’Iliade, con tutte le sue dettagliate descrizioni di cadaveri trascinati da carri e di budella fumanti, o quanto i feuilletons dell’800, zeppi di delitti e di personaggi inquietanti, o le tante (apparentemente innocue, in realtà amoralissime) serie televisive come Beautiful, piene di incesti, tradimenti e violenza. Se è vero che una mente debole e predisposta al male può venir spinta a compierlo da un film che lo esibisce e quasi lo esalta, è altrettanto vero che legioni di persone da quelle scene restano vaccinate e messe in guardia. Gli antichi greci chiamavano tale fenomeno “catarsi” (autodepurazione, liberazione dal male), e questo era il compito principale assegnato alle loro truculente tragedie teatrali.

Quando il mostro che vive in ognuno di noi si scatena, gli psicologi cercano di spiegarne le mosse, ma con gli stessi limiti dei meteorologi. Del clima si sa tutto, isobare, anticicloni, flussi, eppure nessuna previsione può spingersi oltre la settimana. Il resto è dominato dal caso, proprio come l’esplodere del male in noi. Non voglio dire con questo che i Bernacca e i Crepet sono inutili. Se la casualità delle piene non ci fa rinunciare a costruire argini, l’imprevedibilità dei delitti non ci deve far tralasciare l’educazione all’amore e la punizione dei colpevoli. Il buio, il caso e la paura possono favorire il male e il suo contrario, così come la luce, la ragione e la sicurezza. 

Non illudiamoci solo di poter sempre dare una spiegazione logica ed esauriente a tutto ciò che accade nel nostro immenso e per la maggior parte inesplorato universo interiore, visto che non possiamo darla a quanto accade in quello esteriore, altrettanto immenso e per la maggior parte inesplorato. In questa nostra provvisoria dimensione umana, siamo soli al cospetto del Grande Mistero. Chi vuole, può anche dire “soli al cospetto di Dio”, ma siccome noi stessi facciamo parte del Tutto (cioè di Dio), restiamo alla fin fine soli, e attoniti, di fronte al mistero di noi stessi.

 


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Tuesday, October 21, 2008

Divini fetori

Provate a tenere incartato e posato nella reticella dello scompartimento di un treno un Réblochon ben maturo, o un bel tartufo d’Alba, senza dirlo ai compagni di viaggio. Cominceranno tutti a guardarsi l’un l’altro con sospetto, cercando di indovinare chi ha scoreggiato, o chi non si lava da mesi. Prima o poi qualcuno, esasperato, chiederà di aprire il finestrino, lamentandosi della puzza, tanto per far vergognare almeno un po’ l’anonimo zozzone. Bene: se a questo punto fingerete d’esservi distratto, e mostrerete scusandovi il formaggio o la trifola, vedrete tutti acquetarsi all’improvviso, rassicurati. La puzza diventerà di colpo profumo, anzi, nel caso del tartufo sarà definita “delizioso e pregiato aroma”. Potrete, a quel punto, addirittura scoreggiare per davvero (purché non rumorosamente), perché l’olezzo del vostro peto sarà scambiato per un’ulteriore zaffata del pregiato cibo. Potenza della suggestione (ma anche debolezza dei moderni olfatti)!

Pensavo a tutto ciò leggendo il solitario annuncio funebre di tal Livio Penzin, 75 anni, formaggiaio. Mai conosciuto, il Livio, ma mi ha commosso quel “formaggiaio” messo lì come indicativo onorifico, subito sotto il nome, nel necrologio. Proprio come in certi altri annunci si legge “anziano Fiat” oppure “Cavaliere della Repubblica”… per far capire che lui ne andava fiero. Ti sia lieve la terra, o re di tome. Riposa in pace, o principe del brus.

Ogni mestiere chiede solo d’esser fatto bene e con amore, dopodiché hanno tutti lo stesso valore, dal più umile al più prestigioso. Un “formagé barbìs” per me vale quanto un notaio o uno scienziato. Son certo, Livio, che hai conosciuto ed amato il formaggio di una volta, tu, e l’hai cercato a lungo per alpeggi e per malghe, l’hai fatto stagionare sulle stagére o nelle fosse, ne hai saggiato l’interno col succhiello, ne hai battuto la crosta con le nocche, l’hai palpato e fiutato per valutarne la maturazione. E soprattutto te ne sei andato prima che la Cee finisse di castrare il tuo nobile mestiere, prima di diventare un anonimo distributore di conglomerati di caseina, un pusher di robiole Montedison.

Tu sapevi, Livio, che il formaggio non ama il frigo perché è vivo, anzi, è una metafora della vita. Quello buono deve sapere leggermente di “stalla” (eufemismo che sta per “merda”) perché, fatto vicino alle vacche e maneggiato da chi ha rimosso e pestato letame fino a un istante prima, non può che essere così. Se no succede come nella vita, dove tutti vogliono ordine, pulizia, giustizia, pace, fedeltà, e poi si annoiano. 

Il peccato è come l’aglio, o il sale, o il sentore di busa: se è troppo, rovina tutto, ma in dose minima è divino.

 

Posted by manlio collino at 12:00:42 | Permalink | Comments (3)