Niente avvocati per i polli
Manca meno d’un mese a Natale, e i negozi cominciano ad animarsi dei primi acquirenti, quelli che ‘meglio pensarci prima’, quelli che ‘così trovo ancora la più ampia scelta’, quelli insomma che anche alla stazione ci vanno un’ora prima e prenotano le vacanze un anno per l’altro. Io che sono il re del last minute, e provo angoscia solo ad accettare un invito a cena per il mese dopo, osservo e medito: “varietas, vitae salis”. Ma non mi sfugge il fatto che anno dopo anno le confezioni da regalo si fanno più luccicanti e preziose, con nastri, fiocchi, palle e biglietti.
D’altra parte, se quella natalizia è l’orgia del pacco-regalo per antonomasia, ormai la confezione viene curata tutto l’anno, perché l’imballo è un importante veicolo di comunicazione, è un dettaglio che fa vendere. La scienza che la studia si chiama packaging, ed è un ramo del marketing. Gli americani ci hanno plagiato con ’sto “ing”. Facevamo ginnastica, e adesso spinning. Andavamo in gita, ed ora facciamo trekking. Pomiciavamo infoiati, e oggi facciamo petting. Tornando al pacco (nel senso di confezione: dopo aver parlato di petting è meglio precisare…), ci accorgiamo che questa tendenza a privilegiare il fuori sul dentro ci ha cambiati.
La chiamano “dell’apparenza”, quest’epoca in cui ciò che sembri conta più di ciò che sei, ma non mi pare che una volta fosse tanto diverso. C’erano famiglie che facevano acrobazie incredibili per far credere agli altri di appartenere ad un livello sociale superiore. C’era addirittura chi saltava il pasto, ma si macchiava apposta di sugo la camicia, o teneva da parte un po’ di briciole da scuotere alla finestra insieme alla tovaglia, per dare a intendere ai vicini d’aver mangiato. Oltretutto la gente di un tempo, non bombardata di notizie come quella di oggi, era maledettamente curiosa dei fatti altrui. Anche diffidente, e furbissima. Vi racconto un aneddoto che lo dimostra in maniera divertente.
Mia nonna sfollò a Rubiana durante la guerra 15-18, con mio zio di quattro anni e mia madre di due. Mio nonno le mandava il soldo dal fronte, ma la sua paga da ufficiale degli alpini era magra, e la fame era tanta. Una volta nonna Nora, vedendo una gallina entrare in cucina dall’uscio aperto sull’aia, la ritenne colpevole di violazione di domicilio e la processò sull’istante. Senza avvocati, mentalmente e per direttissima. Il povero pennuto, manco a dirlo, fu condannato alla pena capitale, e la sua esecuzione fu immediata. Finì in pentola, e le sue piume furono sotterrate insieme alle ossa. Mamma e zio (che non avevano mai assaggiato un pollo) chiesero a nonna come si chiamasse quel nuovo cibo e lei, furba, rispose “cossòt” (zucchini), altra cosa che i bimbi non conoscevano.
Così, quando il vicino di cascina, proprietario della gallina (il quale aveva sentito profumo di brodo, ma non poteva provare il reato) avvicinò i bimbetti in assenza della mamma e facendo finta di niente chiese loro a bruciapelo «cosa l’éve mangià ancheuj, bei cìt?» i due innocenti risposero tranquillamente «cossòt». Per quella volta mia nonna se la cavò grazie alla sua astuzia, ma mi chiedo ancora oggi dove avrà sepolto le ossa e le piume. Con l’aria di fame che tirava, gli occhi dei curiosi sempre aperti e i cani che giravano per l’aia, avrà dovuto scarpinare un bel po’ su per i boschi e seppellire i resti del condannato ben lontano, e coprirne la tomba con pietre e foglie secche. Non ebbe avvocati, quel pollo, ma in cambio ebbe un più che dignitoso funerale.