Friday, July 31, 2009

Potendo scegliere

Si fa un gran parlare in questi giorni della “guerra anomala” degli americani, un po’ per l’escalation di yesuichèn Obama (che ha deluso i suoi tifosi veltroniani mandando più uomini e più armi di Bush in Iraq e in Afghanistan) e un po’ perché i nostri ragazzi stan morendo laggiù senza potersi neanche difendere. La casalinga di Voghera non capisce un cazzo di regole d’ingaggio e di “caveat”; sa solo che suo figlio rischia la pelle in un papocchio definito operazione di pace, e vorrebbe che potesse almeno cercare di stanare il nemico quando gli spara, invece di limitarsi a scappare. Poi ci sono i “danni collaterali”, cioè i morti civili che la propaganda islamica ha imparato a sbandierare, anche se sono quasi sempre complici dei talebani.

Ecco: la propaganda. Insieme al coinvolgimento dei civili è la vera novità delle guerre moderne, da un secolo a ’sta parte. Con l’avvento della radio, dei cinegiornali, della Tv e di Internet la propaganda è diventata decisiva, nelle guerre. Non per nulla i vincitori del 1945 vollero processare i vinti a Norimberga, con grande (per quei tempi) enfasi mediatica. Solo l’odio per il nazismo condiviso da tutto il mondo poté far considerare credibile un processo che in realtà era privo di senso, e rese remissivi (anche se sprezzanti) i gerarchi. Ma già solo 50 anni dopo Milosevic e Saddam si mostrarono tutt’altro che remissivi, in processi come quello di Norimberga. Anzi, fecero i gradassi, s’atteggiarono ad eroi e a martiri, perché sapevano che la platea mediatica mondiale era divisa nel valutare le loro azioni di guerra. Non era più unanimemente ostile come a Norimberga

Questa divisione d’opinioni su Saddam e Milosevic fa capire quanto sia vano lo sforzo che l’uomo fa da sempre per dare alla guerra un volto umano. L’uomo vorrebbe mitigare in qualche modo la spaventosa violenza bellica che è visibile ogni giorno nella natura, la forza primigenia e divina in senso negativo, cioè luciferino. Già in epoca arcaica le questioni tribali o le dispute fra le città-stato venivano spesso regolate fra delegazioni, in scontri dalle norme prestabilite, anziché con guerre. Anche le regole di combattimento cavalleresche rispondevano a quest’esigenza, e su questa direttiva s’andò avanti nei secoli, fino alla convenzione di Ginevra, alla messa al bando dei gas, al trattato di non proliferazione nucleare, eccetera.

Sforzo lodevole, ma puntualmente vanificato dai vari Attila, Gengis Khan, Hitler, Stalin, Bin Laden, Rijna, Cesare Battisti… che ritennero sempre loro interesse particolare più importante del rispetto delle regole. Machiavelli (che non è morto ieri) scrisse che per il Principe il fine giustifica i mezzi, e quindi al suddito non resta che scegliere il male minore. E’ qui che torna in ballo il “principe” Obama. Tutti i regimi totalitari della storia, religiosi o laici che fossero, si sono sempre dimostrati più feroci e duri da scalzare delle democrazie, e gli Usa sono una democrazia. Potendo scegliere, preferirei nessun impero planetario. Ma se proprio mi fosse imposto, lo vorrei americano. Non certo russo, o cinese. Men che meno islamico.

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Thursday, July 30, 2009

Affittansi galeotti

Come era prevedibile, a tre anni dall’indulto siamo punto a capo col problema carceri. Le prigioni “scoppiano”di nuovo, con oltre 60mila detenuti, a fronte di una capienza “regolamentare” di 43mila posti. A fine anno, senza qualche provvedimento decisivo, si arriverà a quota 70mila. E naturalmente la sinistra invoca un nuovo indulto, o un’amnistia, dando la colpa del sovraffollamento alla legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze e alla Bossi-Fini sull’immigrazione. Per guadagnare consensi i rossi fanno i buoni, i pacifisti, i clementi, usando la tattica che io chiamo “della zia in visita”: avete presente quel tipo di zia che quando viene fa la tollerante, la liberale, strizza l’occhio ai nostri figli discoli, intercede perché togliamo loro i castighi? Se poi saranno rogne, per noi, riprendere le redini della prole dopo la sua partenza, a lei non importa. Sarà lontana, e idolatrata dai nipoti.

Tradotto in sinistrese suona così. La scuola è dura? Promuoviamo tutti. La droga fa male? Liberalizziamola. I manicomi sono mal gestiti? Apriamoli. Gli immigranti ci invadono? Accogliamoli tutti, basta coi CPT. La disoccupazione sale? Diamo un posto pubblico fisso a tutti. Le carceri scoppiano? Svuotiamole con l’amnistia. E’ così che “zia sinistra” fa la simpatica da sempre (dove non governa da sola, perché ieri in Urss la zia comunista era tutt’altro che clemente, come oggi in Cina, a Cuba e in Nord Corea…) per raccattar voti, specie fra i giovani. Fa il frocio col culo nostro. E non le frega niente che i disastri provocati dal suo buonismo tattico ricadano sempre sulle spalle di quel popolo che lei pretende di difendere.

Sull’emergenza-carceri attuale confermo quanto ho scritto già decine di volte: senza tanti indulti, basterebbe destinare le caserme (ne abbiamo a centinaia, vuote) ai detenuti meno pericolosi Ma in attesa di nuove case di pena, ci sarebbe un’altra soluzione, da provare: “comprare detenzioni” all’estero, come compriamo l’elettricità quando non ne abbiamo abbastanza in rete. A noi un detenuto costa 250 euro il giorno. Credo che molti paesi mediterranei o dell’area ex-comunista sarebbero disposti a detenerlo per un quinto: 50 euro, che da loro rappresentano il reddito mensile medio. Basterebbe stipulare una convenzione, tipo quella fatta con Gheddafi per il boat-people. Glie li porteremmo noi là, i detenuti, e andremmo anche avanti e indietro per le udienze coi voli militari, invece di usarli per i politici e il loro variopinto entourage. Se solo gli extracomunitari, che occupano oggi il 60% dei letti carcerari, venissero spediti a scontare la pena nei loro paesi d’origine, se ne farebbe, di posto…

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Wednesday, July 29, 2009

il solito giovane… mo’ lo sistemo io…

Leggo che l’uomo raggiunge la massima creatività ed efficienza intorno ai 40 anni, e penso alla splendida creatività dei bambini. Picasso diceva: “Da bambino disegnavo come Raffaello, ma mi ci è voluta tutta la vita per imparare a disegnare come un bambino”. Anche l’efficienza (che non è un valore a sé stante, ma valutabile solo se applicato a campi precisi come lo sport, il lavoro, la comunicazione, il sesso…) a parità di soggetto e di campo d’applicazione cambia secondo il contesto in cui si estrinseca: età, clima, condizioni fisiche e psicologiche, effetti di farmaci o droghe…

L’età anagrafica, poi, è un concetto abbastanza relativo. A 40 anni sei un vegliardo tra i selvaggi del Borneo e un giovane scapolo nella longeva Italia del nord. Arriva però comunque, prima o poi e per tutti, l’età in cui, come scrisse Péguy, si diventa all’improvviso ciò che si è sempre stati. E’ il malinconico momento dell’anchilosi mentale, appena più accettabile se viene vissuto in modo consapevole. Quando i vecchi amici che non vedo da anni mi chiedono come me la passo, rispondo spesso (se sono di buonumore): “per fortuna e benevolenza di Dio invecchio, provvedendo all’ordinaria manutenzione della mia ormai acclarata mediocrità”. Il velo d’autoironia cela appena il senso della frase: ad una certa età sai chi sei, e che difficilmente cambierai.

E’ quello il sugo dell’aforisma di Péguy. Se sei lucido di mente, non puoi non prender atto della tua progressiva perdita d’efficienza (anche solo nel senso di banale efficienza operativa), défaillance umiliante che dovrebbe essere compensata da una minor impulsività e una maggior saggezza (o almeno una più facile visione di sintesi, dovuta all’esperienza). Purtroppo non è sempre così: sull’efficienza mentiamo a noi stessi, e la saggezza è minata da due insidie maligne: la depressione e la schiavitù dalle abitudini. L’una ci rende irascibili, pessimisti e vendicativi. L’altra ci fa da comodo pilota automatico, anchilosando la nostra capacità di scelta.

Ed ecco chi dà fuori di matto se la cena non è pronta alle sette in punto, o se qualcuno gli ha spiegazzato il giornale prima che lui lo leggesse. Quel che fa veramente rabbrividire, purtroppo, è che col progressivo elevarsi dell’età media in Occidente (e della gerontocrazia in Italia) molte decisioni importanti, politiche, giudiziarie, economiche… sono affidate a gente così. E’ terribile pensare di perdere una cosa importante (un lavoro, un affare, un’opportunità, una causa…) perché chi è chiamato a deciderne ha digerito male o sente dolore ai calli. Eppure succede. Troppe volte dietro la severità dei vecchi, dietro certe inflessibilità paludate di “augusta gravitas”, sono nascoste inconsapevoli (o inconfessabili) vendette. Per la propria vecchiaia che avanza e per invidia verso chi (incolpevole) ne è ancora lontano.

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Tuesday, July 28, 2009

Costituzione cagionevole

Avete notato che da quando c’è la crisi internazionale le sinistre non osano più rimproverare la Lega di egoismo, perché hanno visto come si sono comportati i singoli stati europei ai primi spruzzi dello tsunami? Ognuno per sè, e vaffanculo Bruxelles. Banche salvate dallo Stato… “British job for british workers”: via gli operai italiani dalle raffinerie dell’Inghilterra… la Merkel che dà la Opel a Magna, anche se l’offerta Fiat era migliore, perché i “deutsche arbeiters” fanno casino… L’adagio, ovunque, è stato “prima noi, poi gli stranieri”. Ma quando lo diceva Bossi era un troglodita. Persino i precari statali si vergognano a berciare come prima, ora che vedono i veri precari (imprenditori, commercianti, artigiani, professionisti…) che chiudono, o resistono a stento coi fatturati dimezzati.

Mai come oggi suona vacuo l’articolo 1 della Costituzione (“L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro”) esempio palese del clima da guerra civile in cui fu scritta, con una guerra fredda in corso fra Est e Ovest, e il Pci pronto a prendere il potere. Molti partigiani rossi non avevano consegnato le armi dopo la liberazione, e le tenevano nascoste, pronte per la rivoluzione. I costituenti dovettero dar loro un contentino con quella frase, tanto solenne quanto demagogica e vuota. D’altra parte, cosa potevano scrivere? Fondata sulla vacanza? Sarebbero stati sinceri, vista l’italica passione per ponti, cure termali fittizie e false malattie, ma la decenza lo vietava. Fondata sulla religione? Lo scrissero a metà, riconoscendo il cattolicesimo come religione di Stato in base ai Patti Lateranensi, ma di più non potevano fare. Siamo mica islamici.

Quello che non fu mai chiarito, invece, è il diverso concetto che ognuno ha del lavoro. Fino a pochi decenni fa era ancora considerato una benedizione, una fortuna. Mia nonna, celiando, diceva sempre: “Vuoi numeri sicuri per il lotto? Ambo: travajé. Terno: seguité. Quaterna: mai pì chité”. Poi qualche pazzo ha detto che il lavoro era un diritto, ma poiché il lavoro presuppone un datore che abbia il suo tornaconto nel darlo, la scelta è netta. O questo datore è lo Stato (cioè noi), o è una classe imprenditoriale che, senza quel tornaconto, chiude e si mette in fila anche lei per una paga statale. Dopodiché lo Stato fa bancarotta, e finisce come l’Urss. Economicamente. Circa la libertà, guardate Cuba e la Corea del Nord, dove i lavoratori sono così prosperi e felici che non scioperano mai. Quelli che “il lavoro è un diritto” potrebbero emigrare lì, invece di sbandierare una costituzione scritta coi mitra sotto il tavolo. Anche se adesso, con la crisi, non la sbandierano più tanto…

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Monday, July 27, 2009

Le norme sui paradisi ficali

Le prime tette, d’estate, danno alla testa. Poi si va in ferie, e in spiaggia se ne vede fino alla nausea, ma le prime fanno effetto. Persino Bossi si è commosso, a Miss Padania, e gli è scappato di dire che sarebbe pussé giust de fa turnà giò i noster fiòi dall’Afghanistan, che là sono in guerra senza poterla fare fino in fondo, ci costano uno sballo e si perdono, oltre alla quota-seni che gli spetta come giovani, pure la pelle sulle mine, che come giovani non gli spetterebbe proprio. E tutto per esportare la democrazia a gente che non sa che farsene.

Mica gli serve, la democrazia, ai talebani. Loro vogliono un mondo tutto islamico, cioè obbediente e sottomesso. Il dovere di far proseliti convertendo gli infedeli è un tratto comune fra Cristianesimo ed Islam. Adesso Roma manda in giro pacifici missionari, ma ci fu un tempo in cui non badava tanto per il sottile fra parlare di Cristo e imporlo con la spada. Se tutte le religioni si fossero limitate a proporsi con l’esempio, lasciando alla gente la scelta se aderire o meno, si sarebbe sparso molto meno sangue, nella storia. Ma un apparato ecclesiastico non può affidarsi alla libera scelta, quando ne va del suo potere terreno. La pretesa dei religiosi d’ogni epoca di imporre comportamenti morali e politici ai fedeli serviva a vagliarne la convinzione, ma soprattutto la disponibilità a farsi mungere in pace e usare in guerra. Maometto fece di ciò il cardine del suo messaggio: Islam, infatti, vuol dire sottomissione, obbedienza assoluta. Ad Allah, in teoria, ma in pratica a leggi umane. E la Chiesa cattolica non è stata da meno. Basti citare la confessione, istituita come “intelligence” spicciola per conoscere i più intimi segreti dei fedeli.

I due piani, spirituale e temporale, s’intersecano di continuo. Con una variante, però: il Cristianesimo non ammette l’abiura, l’Islam sì. Il furbo Maometto, vista la massa di martiri cristiani morti per non rinnegare la loro fede, ha permesso ai suoi di farlo. La “dissimulazione” è scusata dall’Islam. In caso di pericolo, si può abiurare “di fuori”, purché ci si mantenga fedeli “di dentro”. Comodo, no? Questo complica molto la guerra ai fondamentalisti islamici. Non a caso i terroristi delle Twin Towers bevevano alcolici, per dissimularsi. I martiri, per Maometto, sono invece i combattenti pronti ad immolarsi in guerra (che è sempre santa). Per averne tanti gli ha promesso, dopo la morte, un paradiso non vago e spirituale come il nostro, tutto contemplazione ed estasi, ma concreto e carnale, tutto datteri e vergini da deflorare. Pà fol, l’amis.

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Friday, July 24, 2009

La casta dei casti

Colui o colei che, una volta raggiunta la maturità, si sottrae al compito di arginare il “voglio tutto e subito” dei giovani, gioca loro due brutti tiri. Li fa crescere senza fiuto del pericolo, senso del limite, forza di volontà, abitudine alla rinuncia e al sacrificio, e li priva di quella magica spezia che in giusta dose rende più saporito ciò che facciamo, e in dose eccessiva lo rovina: la trasgressione. I giovani degli anni ’60 e ’70, ad esempio, erano come lo champagne: molto repressi, e quindi ben tappati. Per quello, appena il tappo saltò col ‘68 (scusate l’insistenza, non vorrei peccare di reducismo alla “meglio gioventù”, ma effettivamente in quegli anni qualcosa è successo, prendete pure il ‘68 come una data convenzionale, spostabile un po’ avanti o un po’ indietro a piacere, ma dopo la quale i giovani non sono stati più gli stessi…) appena il tappo è saltato, - dicevo - la bevanda è scesa frizzante e spumosa, fino a debordare dai calici.

I giovani d’oggi, invece, sono come champagne senza tappo: a berlo non è cattivo, per carità. Un buon vinello, ma senza “gigèt”, e soprattutto senza schiuma. Però, attenti: chi reprime e denigra sistematicamente i giovani, a volte lo fa per rancore e invidia. Rancore per non aver potuto (o osato) fare certe cose quand’era il suo momento. Invidia verso chi le fa avendone ancora l’età e il fisico, mentre lui, privo d’entrambi, non potrebbe, anche se volesse. Il motto dei goliardi torinesi è: “Saepe vitium impotens virtus vocatur: spesso chi vorrebbe peccare, ma non osa, si atteggia a virtuoso”.

Negli Stati Uniti da qualche tempo, sotto Bush Jr. è dilagata la “setta” dei neo-vergini, che s’impongono di arrivare illibati al matrimonio. In realtà non è una setta vera e propria, ma un movimento di pensiero, come quello dei neo-creazionisti che rifiutano la teoria evoluzionista di Darwin e si rifanno, circa l’origine dell’uomo, alla Bibbia: il pupazzo di fango, il soffio vitale, eccetera. I neo-vergini, però, dovrebbero rendersi conto che la loro “post-virtù” implica due cose. Primo: che il sesso non sia il cardine del loro rapporto, se no un eventuale flop dopo le nozze li porterà al divorzio. Secondo: che all’uomo, le cui pulsioni sessuali sono per natura immensamente più forti che nella donna, dev’essere concesso lo “sfogo” extraconiugale. Le nostre nonne, facendo la calza, ciacolavano fra loro: “Me omo a l’è andait al casin. Meno mal. Parej là a ‘s gava certe veuje da crin…”. Sicure, le neo-caste, che gli vada bene?

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Thursday, July 23, 2009

Nonsolocuore

E’ una vera epidemia di pigrizia quella che le auto hanno portato nella cittadinanza. Tutti quelli che hanno dei soldi da buttar via non camminano più. In verità. Ci sono centinaia di poltroni sani come lasche, per i quali fare un chilometro a piedi è diventata una delle dodici fatiche d’Ercole. Si sfibra la razza… gli uni perdono le gambe, gli altri il cervello. Non vedete i due eccessi opposti? C’è una razza di vecchi matti che per far del moto si sciupano i polmoni e arrischian le ossa sulla bicicletta, e un esercito di giovani che non fanno più di trecento passi al giorno coi propri piedi… Non vedete quanta obesità gira per Torino da dieci anni a questa parte? Non c’è da ridere. Vi dico che cresce l’adipe in un modo spaventoso. Si vedon delle signore di trent’anni che paion palloni, degli uomini di quaranta che paion botti.

Sembra scritto oggi, vero? Invece è un brano del 1896, tratto dal libro di Edmondo De Amicis “La carrozza di tutti”. Ho solo sostituito la parola “tram” con “auto”. E sentite ancora, tratto dallo stesso libro: “Prevedo strade corse da ogni sorta di automobili fitti come i moscerini per l’aria; i ragazzi portati a scuola, gli operai al lavoro, le donne al mercato, tutti i pesi trasportati in volo; le distanze sparite…” . Notate l’aggettivo “fitti” invece di “fitte” riferito all’automobile, che ai suoi albori era un sostantivo maschile! Comunque, non male, come preveggenza, considerando che la Daimler bicilindrica (prima auto di serie, prodotta in 12 esemplari) era del 1892, e che Lienthal aveva fatto volare i primi alianti nel 1893 (l’aereo a motore dei fratelli Wright sarebbe arrivato solo 10 anni dopo).

Ma il nostro piccolo Jules Verne subalpino, socialista dichiarato (quando l’esserlo significava vedersi appioppare l’etichetta di “sovversivo” in società), cronista sportivo ante-litteram (scrisse pagine esaltanti sul pallone elastico, di cui era appassionato tifoso), precursore della psicologia e della sociologia (descrisse e commentò con sorprendente acume personaggi e costumi della Torino fin de siècle), è noto ai più solo per le sbrodolature sentimentali del libro “Cuore”. Non è giusto. Vogliate gradire queste mie campanilistiche annotazioni come ironico sberleffo alla Fiat che delocalizza e qui a Torino, ormai, ha meno dipendenti del Comune.

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Wednesday, July 22, 2009

L’impronunciabile nome

Con viva sorpresa ho visto comparire su Facebook un gruppo di fans del “biliardino o calciobalilla”. Tutti ci abbiamo giocato, e non solo da ragazzi. Molti ci giocano ancor oggi (c’è addirittura una Federazione affiliata al Coni), senza sapere che fra le piccole glorie torinesi c’è il fabbricante Francesco Luchino, colui che adottò per primo in Italia le stecche telescopiche (tubo dentro tubo) al posto delle vecchie aste passanti. Ma la “viva sorpresa” me l’ha causata il veder comparire su un social network del 2000 il nome originale “calciobalilla” risalente al ventennio, quando fu inventato. Perché i compagni hanno sempre tentato, da 60 anni in qua, di chiamarlo in altro modo. Biliardino, calcetto, calcio da tavolo… pur di evitare quel nome odiato (Balilla) che nel ventennio indicava l’Opera Nazionale dei bambini fascisti.

La “damnatio memoriae” antifascista ha colpito in molti altri campi. Il latino, ad esempio. Per reagire a quella “romanitas” di cui il Duce aveva fatto una bandiera, la lingua-madre dell’Italiano è stata affossata a tal punto che oggi la si studia di più nei paesi anglosassoni che qui. Anche lo sport ci ha messo decenni prima di tornare ai fasti e agli impianti che ebbe nel ventennio: il regime fondava (anche) su di esso il suo consenso, e quindi dopo il ’45 i compagni ne diffidarono. Ancora oggi ritengono che il Coni sia un covo di camerati.

E la goliardia? Dal primo dopoguerra in poi è stata (ed è ancor oggi) avversata dalle sinistre, perché negli anni ’30 la feluca era stata adottata come parte della divisa ufficiale dei Guf. Nel carnevale del ‘46 a Torino centinaia di comunisti assalirono gli universitari all’uscita della Sala Danze Castellino, per obbligarli a togliersi il berretto a punta. Volarono le botte, dovette intervenire la volante e ci furono feriti da ambo le parti. L’ostinazione con cui i rossi rinvangano i lati negativi del fascismo senza mai citarne i positivi (bonifiche, sindacati, Onmi, mutue, ecc…) è volta a conservare al termine “fascista” una forte valenza negativa, per appiopparlo agli avversari politici e giustificare con esso le aggressioni degli autonomi nelle Università. Lezioni di esponenti della destra impedite… presentazioni dei libri di Pansa disturbate… Come vedete si comincia a chiamare biliardino il calciobalilla, e poi…

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Tuesday, July 21, 2009

Problemi di confine

Si dice che spesso la realtà supera la fantasia. Ve ne racconto una. Sapete che, in goliardia, si usa “processare” le matricole prima di accettarle. Bene. Negli anni ’70 c’era a Torino un tal Roncaglia che s’era inventato il “Tribunale Goliardico Nazionale”, dal quale pretendeva di gestire le diatribe fra gli Ordini italiani. Scattò subito la burla: l’Ordine del Micco di Pistoia e quello del Chiavaccio di Prato finsero di rimettersi al Tribunale per la lite su una matricola che aveva, secondo le mappe del Roncaglia, la casa proprio sul confine fra i due Ordini. “La cucina e il bagno sono in territorio di Prato – diceva l’interpellanza – mentre la camera da letto è su Pistoia. Chi ha diritto a processarlo? Chi regna sui luoghi in cui egli riempie e vuota il corpo (cucina e bagno) o chi è sovrano su quello in cui egli riempie lo spirito studiando, sognando ed eventualmente dedicandosi all’autoerotismo (la camera da letto)?” Notate il riferimento all’autoerotismo: era impensabile, allora, che una vil matricola potesse avere altri tipi di attività sessuale…

Ad ogni modo, nonostante la burla fosse trasparente, il Roncaglia ci cascò come un merlo, ed emise la sentenza, con tanto di motivazione. Non so quale fosse, ma fu sventolata a lungo nelle piazze, a suo ludibrio. Sembra una storia relegata al mero ambito goliardico, quasi di fantasia, e invece la realtà, che come dicevo all’inizio supera spesso la fantasia, presenta un caso analogo all’imbocco della Val di Susa. Una diatriba concretissima che riguarda l’Abbazia di Sant’Antonio di Ranverso, la cui chiesa è contesa dai due Comuni di Rosta e Buttigliera Alta perché il confine fra essi la taglia esattamente in due. Chi ha diritto ad apporvi il suo numero civico? Chi ha diritto di segnalarla come sua nel proprio sito Internet? “Noi - grida Buttigliera – perché il portale è nostro, come gran parte della navata”. Ribatte Rosta: “Sì, ma l’abside, mezzo campanile, la sacrestia e il chiostro, senza contare opere importanti come gli affreschi di Defendente Ferrari e i dipinti di Jaquerio, sono in territorio nostro”.

La discussione è annosa, e come nel caso-burla della matricola toscana l’argomento decisivo potrebbe essere quello della fruizione. Perchè i fedeli prendono la messa (chiedendo perdono a Dio nel Confiteor, o al prete nel confessionale) in un Comune, però prendono l’ostia consacrata nell’altro. I sacramenti sono tutti pari, come tali, ma per il fruitore è più importante il luogo dov’egli vuota l’anima dal peccato o quello dove la riempie di grazia eucaristica? Vien voglia di passare la questione al vecchio Roncaglia, invece lì ci son di mezzo (e da decenni) fior d’avvocati, geometri e notai. Vedete che noi goliardi, in fondo, siam più seri?

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Monday, July 20, 2009

Sesso e botte

Cosa direste, voi, a chi tiene studenti a pigione e poi si lagna “che tormento, escono ed entrano a tutte l’ore, fumano, sporcano il bagno, studiano ad alta voce, sentono musica, non ho più privacy”? Direste almeno “sì, lo so, ma la pigione ti fa comodo, e non puoi avere la botte piena e la moglie ubriaca”. Il proverbio cita un mondo scomparso che è interessante rievocare. Una volta (ma fu così per secoli, dal medioevo in qua…) la moglie non poteva ufficialmente “godere” durante il coito, perché la morale cattolica lo vietava. Tralasciando gli eccessi di zelo, come i camicioni ruvidi che la coprivano da capo a piedi nel talamo, e avevano nella “zona a rischio” un’apertura con su ricamato “non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio”, resta il fatto che fino a non molti anni fa una moglie cattolica davvero pia rispettava, nel far sesso, precise regole.

Intanto non lo faceva mai fuori dal matrimonio. Poi doveva fingere riluttanza di fronte alle avances dello sposo, e cercare di non provare mai piacere durante l’atto, o almeno di non dar segni palesi quando lo provava suo malgrado. Infine non doveva parlarne mai, neppure con le amiche. Solo col prete, in confessionale. Ma poiché far quella cosa piace a maschi e femmine (se no la specie umana si sarebbe già estinta) c’era una “scusa” che salvava la capra del piacere e i cavoli dei preti: il vino.

Sotto i suoi effetti ogni lascivia era, per così dire, “ammessa”, perché la donna ubriaca era considerata incapace d’intendere e volere, quasi fosse sotto ipnosi. Naturalmente non era così: v’erano donne capaci di mandare a bicchierate un artigliere sotto il tavolo. Però tutte imparavano a “recitare” la sbronza, fin da morose. Al primo bicchiere versato dal marito partiva un querulo “ti prego, no, che poi non capisco più nulla”. Al secondo era già “oddìo, mi gira la testa” e così via… Ciò che seguiva era una meraviglia di lussuria repressa e liberata, un’estasi sdoganata dal vino e prontamente negata al “rientro in sé”. Il maschio fingeva di crederci, ma la botte non poteva. Calava inesorabilmente, ad ogni notte di fuoco, e al tapino non restava che rassegnarsi a scegliere: o la ricchezza della botte piena, o la delizia della moglie ubriaca.

Perché ho citato questo proverbio parlando di chi tiene gente a pigione? Perché non ne posso più di sentire, ogni estate, gli abitanti delle località turistiche (parlo degli indigeni, di chi risiede nel luogo tutto l’anno) lagnarsi del chiasso e dell’invadenza dei vacanzieri. Fatta salva la richiesta di buona educazione (che vale per ogni luogo e stagione), costoro devono capire che la gente è venuta lì (pagando belle cifre) per divertirsi, camminare, parlare, affollarsi, esserci. Invece, in certe località della Liguria, i locali vorrebbero solo treni zeppi di turisti che, paghi d’aver visto il mare dal finestrino, si lasciassero vuotare le tasche alla stazione, senza scendere, come viaggiatori sospetti perquisiti dai doganieri alla frontiera.

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