Monday, August 31, 2009

Come rifiutare?

D’estate, battendo le periferie alla ricerca di “fiori di fosso” per la palina, vedo montagne di rifiuti ’secchi’ (masserizie, rottami, latte vuote, macerie…) scaricati abusivamente nei luoghi più nascosti. Ogni tanto qualche associazione ambientalista organizza “giornate della pulizia” sui litorali o nei parchi, ma queste iniziative (pur lodevoli) giovano poco sul piano educativo. Quei volontari sono già sensibilizzati sul problema. Non sono loro che sporcano. Nel mio cortile, tanto per dire, c’è un Crai frequentato dalle ricche famiglie collinari, eppur vedeste cosa buttano in terra da quei Suv! Pacchetti di sigarette vuoti, kleenex, cicche, giornali, involucri, guanti da frutta…

Di questa educazione spicciola le famiglie si occupano sempre meno, e le scuole non riescono a sopperire. Aiuta un po’ la pubblicità-progresso con manifesti e spot, ma si dovrebbe potenziarla affiancandole messaggi occulti, come si fa col fumo. E ci sarebbe da lavorare sia in ambito preventivo che curativo, perché la profilassi va bene, ma una volta che ti sei ammalato bisogna che all’ospedale ti curino. Fuor di metafora, va bene lottare contro la maleducazione, ma occorre anche pensare a chi è pagato dallo Stato per togliere i rifiuti dalle strade e non lo fa, o lo fa male. Brunetta ha ottenuto qualcosa contro l’assenteismo, ma la produttività dei pubblici dipendenti (protetti dai sindacati e dalla magistratura del lavoro) è ancora scandalosamente bassa e ciò, insieme agli sprechi, fa imbestialire chi non ha lo stipendio garantito al 27. Il popolo delle partite Iva finisce per sentirsi quasi autorizzato ad evadere le tasse, per ritorsione.

Prima regola, dunque, non sporcare. Seconda, chi è pagato per farlo, che pulisca. Ma una terza ancora sarebbe da osservare: si agevoli chi non vuole sporcare, invece di multarlo appena lascia una damigiana sfondata vicino al cassonetto. Le raccolte a domicilio sono aleatorie e le discariche non accettano tutto (e fan pagare somme folli per il poco che lasciano scaricare), così la gente esasperata vuota tutto nel primo angolo buio fuori mano. Anche chi non ci pensava, vede i mucchi e si fa tentare. Basterebbe lasciar libertà di deposito accanto ai cassonetti, senza pericolo di multe: meglio lì che nei fossi. E’ giusto convincere il cittadino a non buttar via roba a casaccio, ma è anche doveroso dirgli, quando è convinto, dove metterla. Senza tante complicazioni e soprattutto senza spese aggiuntive oltre quelle (già assurde) della Tarsu. Se no, la convinzione gli passa.

Posted by manlio collino at 19:23:07 | Permalink | Comments (2)

Friday, August 14, 2009

Bandiera rossa la ti multerà

Lo scorso 8 agosto i bagnini di salvataggio di Rimini hanno scioperato, e la fatidica bandiera rossa è stata issata in tutti gli stabilimenti balneari, perché in assenza di “baywatch” il bagno era teoricamente a rischio, anche se il mare era calmo. Come dire “se ti tuffi, lo fai a tuo rischio e pericolo”. E infatti si sono bagnati tutti, fottendosene della bandiera, che d’altra parte manca nel 70% delle coste balneabili italiane, cioè là dove non esistono ancora - per nostra fortuna - stabilimenti balneari. Nessuno li ha multati perché la bandiera rossa dev’essere solo un avviso, come quello della caduta massi. O almeno questo è lo spirito con cui è nata.

Invece a Marina di Pisa esiste una delibera comunale del 2004 in base alla quale chi fa il bagno con la bandiera rossa è passibile di multe fino a 500 euro. Col tempo il decreto è caduto nel dimenticatoio, un po’ come le multe per chi imbratta i muri, tuttavia non è stato revocato. Resta in vigore, ennesima spada di Damocle sospesa sulle teste dei cittadini, per tenerli alla mercé dei pubblici ufficiali, della serie “ma lo sa lei che, se volessi, potrei multarla per ?”. E’ una legge liberticida, che fa incazzare. Chi sporca danneggia gli altri, ma chi si tuffa col mare grosso no. Rischia del suo. Lo so, c’è l’argomento del danno sociale, le spese per i soccorsi, la sottrazione d’uomini e mezzi ad altre urgenze, l’immagine turistica penalizzata, eccetera. Ma se si applicasse fino in fondo questo principio si dovrebbero vietare anche la passeggiata se fa troppo freddo, la mangiata se si è in sovrappeso, l’escursione se minaccia brutto tempo, e via dicendo.

Di questo passo arriveremo all’obbligo di paltò al di sotto di X gradi, e di cappello sotto il sole estivo? Arriveremo a multare chi se ne sta sudato in corrente d’aria? O chi fa il bagno poco dopo aver mangiato? Ci saranno contravvenzioni anche per gli annegati che, all’autopsia, saran cuccati con del cibo indigerito nello stomaco? Probabilmente quest’idea della multa postuma piacerebbe al governo, che sta raschiando il fondo del barile per fronteggiare una spesa pubblica sempre più incontrollabile. Potrebbero addirittura inventarsi una tassa sul suicidio: tutti i beni di chi s’ammazza bloccati, finché gli eredi non pagano l’IAS, l’Imposta di Auto-Soppressione… No, no. Io sono liberale, liberista e libertario. Se i Pisani mi toccano il lato libertario, gli fo un abbaio

Posted by manlio collino at 20:34:41 | Permalink | Comments (2)

Thursday, August 13, 2009

Il commento più bello

Sono arrivati molti commenti al post di ieri (“La piattaforma”), ma uno li sovrasta tutti perché oltre ad essere un commento è un altro post vero e proprio. E come tale ve lo propongo, rispettando l’anonimato del fratello in goliardia che l’ha mandato. Sarà lui, eventualmente, a rivendicarne la paternità, se lo vorrà. E potrà farlo qui sotto, nei commenti. Io per ora mi limito ad un “grazie” commosso e ad un abbraccio virtuale.

Con i nostri stivali grandi da uomo, con in testa l’amata feluca, correvamo in macchina diretti al cenacolo dei folli, per tuffarci in un bagno rigenerante di felicità… Quel cenacolo dove sedevano pezzi delle nostre idee, capitoli interi delle nostre estati, sguardi che ti abbracciavano e - subito - ti sparavano un nuovo missile caricato a merda per piallare i tuoi difetti. Fummo scolari in goliardia… Cinici dinanzi alla morte, con il nos habebit sulle spalle. Con la grazia ricevuta di un paio d’occhi brillanti fra il gelsomino, sotto altre notti di perseidi, quando cercavamo quell’ansa di pelle profumata, vicino al suo collo, nella quale tuffare la nostra bocca e srotolare un soffice tappeto di fluidi corporali e possesso. L’amata feluca, il cenacolo delle idee, il bouquet di gelsomino e freisa, i missili alla merda, tutto ruotava con l’imponenza matematica di un sistema planetario che sempre ci fu e sempre ci sarà.

Vocabolo meraviglioso, “vecchio”.

Sa di minestrone cotto adagio

guardando fuori, di tanto in tanto.

Di pane a pezzetti…

da masticare lentamente, da gettare ai corvi.

Di lunghissime ricerche

nel profondo degli armadi,

dimenticando quasi subito cosa volevi trovare.

Mi risveglio vecchio

dopo l’ultima ubriacatura

e spalanco le imposte della camera

consapevole di essere più individualista: la solitudine è forza.

Quando i postumi dell’ultima notte idiota

si sfilacciano fuori dal cranio mi accorgo

che tutto funziona a meraviglia,

anche la morte: progredisce lieve come un treno

che parta fra tre ore,

abbiamo ancora tre ore, amor mio,

non finiranno mai.

Funziona a meraviglia ogni cosa,

anche ciò da cui distoglievo lo sguardo: lo specchio,

la noia, l’inconsistenza delle mie tracce,

i destini incrociati che un tempo

parevano lusingarmi di richiami

che non odo più.

Posted by manlio collino at 19:52:37 | Permalink | Comments (1) »

Wednesday, August 12, 2009

La piattaforma

Da piccolo mi hanno insegnato a rispettare i vecchi, tanto che mi capita ancor oggi, se ne arriva uno in treno, di cedergli il posto per istinto. Quando il suo sguardo attonito mi ricorda che sono vecchio come lui (o quasi) sciolgo l’attimo d’imbarazzo con un sorriso e un “tanto devo scendere”, e cambio vagone. A diciott’anni ho trovato lo stesso comandamento in goliardia: gli anziani militanti erano temuti e rispettati, ma i goliardi vecchi (anzi, i vecchi goliardi: non esistono goliardi vecchi) erano quasi venerati. Ci raccontavano le loro imprese e il loro modo di “fare goliardia” prima della guerra, simile al nostro in tutto, tranne pochi dettagli. Ho sempre goduto con loro della più ampia libertà di pensiero e di parola, pur accettando il giogo burlesco d’una disciplina anacronisticamente spietata (e proprio per quello ironica). Mi ha subito affascinato l’elitarietà senza spocchia di quella confraternita apolitica e aconfessionale che onorava l’intelligenza e se ne sbatteva di titoli, ricchezze, apparenze e mode, al punto da irriderle volutamente con i suoi costumi sgargianti, le sue cariche altisonanti, i suoi diplomi istoriati e i suoi rutilanti collari. In quella comunità di colti matti era normale che il figlio d’un nobile obbedisse e s’inchinasse al figlio di un operaio.

Io, ribelle ed anarcoide per natura, mi ci sono buttato a corpo morto e ci ho anche fatto tutto il “cursus honorum”, fino alla carica più alta. Ma la cosa più importante che ho imparato lì è questa: fare casino, essere matti e trasgredire non sono cose che tutti posson fare (o fare bene) perché richiedono misura come il sale nel cibo, tuttavia la misura può variare secondo il momento o il palato di chi mangia. Ecco la misteriosa relatività delle regole che da sempre mi affascina. Se la regola non è fissa, non resta che imparare a modulare istante per istante il proprio agire, riuscire a leggere nell’occhio e nella reazione altrui la sintonia col gesto e la parola proprî, capire quando è il momento e quando non lo è, in tutti i campi, dalle scalette delle canzoni in pubblico ai ludi erotici. E’ questo (se pure l’ho imparato…) l’insegnamento più fino che mi ha dato la goliardia, categoria mentale che tende (e quasi riesce) a vincere il tempo. In goliardia ci si scambia lo spirito e l’età tra fratelli, un po’ come gli alpini nei raduni, dove tra brindisi e canti l’ultima recluta e il reduce di guerra si sentono coetanei e paiono davvero tali. Purtroppo, di questo euforizzante frullato anagrafico, la natura presenta il conto, presto o tardi.

Dosando sapientemente stravaganze e saggezze puoi tirar tardi, puoi far incanutire a lungo ciò che resta di pelo sotto il pileo, ma se hai davvero imparato a “fiutare la misura” lo capisci quando devi prepararti a scendere dal treno. Molti del tuo vagone sono già scesi in precedenza, altri sono saliti, altri ancora sono là sulla piattaforma davanti al cesso, quella in fondo, dove ci sono le porte per scendere. La stazione pare ancora lontana, puoi scambiare con loro le ultime chiacchiere, i saluti, i “ci vediamo” (che non sai né se né quando ma li dici lo stesso) finché col rallentare progressivo del to-ton… to-ton… e il primo sibilare dei freni calerà sul gruppo un assorto silenzio uso ascensore. Ecco: dovessi dire in che momento della metafora mi sento, direi questo. Metà fora e metà ‘ndrinta. E’ da un po’ che non ho più voglia d’attaccar bottone con chi è appena salito sul treno della goliardia, forse perché sento che non ho più tempo per vere conoscenze, che devo alzarmi, tirar giù la valigia dalla rete, congedarmi dai vicini e andare a salutare gli altri, i goliardi più vecchi di me. Pardon, i vecchi più goliardi di me. Cioè no, voglio dire i gol… i vec… insomma, i sommi, i grandi che son saliti sul treno molto prima di me, e sono ancora sopra, da qualche parte. I padri che ho sempre amato, ma che da troppo tempo non vengono più in goliardia perché son tutti là in piedi sulla piattaforma. Sento che devo andare a salutarli. Poi magari scendo alla stazione dopo.

Posted by manlio collino at 22:49:59 | Permalink | No Comments »

Tuesday, August 11, 2009

Fiestas

Alla Rai hanno proprio la faccia come il culo. Tutti ormai sappiamo che a Febbraio c’è il carnevale più famoso del mondo a Rio, e a Luglio c’è la Fiesta de San Firmin a Pamplona, quella con gli “encierros” (le corse dei tori nei vicoli, fra la gente), e trovo inutilmente dispendioso mandarci ogni anno le troupes in vacanza-premio retribuita. Il carnevale di Rio è sempre uguale, e la Fiesta de San Firmin anche. La fanno ogni anno, e dura una settimana. Sette encierros-fotocopia, con dei feriti e a volte dei morti (“solo” 14 in un secolo). La Rai vuol farci un servizio ogni anno, perché ne ha scritto Hemingway? E passi. Ma uno. Non sette, uno al giorno, tutti identici, e solo perché l’ennesimo giornalista raccomandato di Saxa Rubra voleva farsi dieci giorni (profumatamente pagati) di “fiesta”, lui e tutta la troupe, a nostre spese.

Se costui si nasconde dietro il pretesto dell’etnocultura, faccia pure un (nel senso di uno solo) servizio su San Firmin, ma poi non dimentichi il “carrefoc” (la processione di diavoli e mostri) delle Fiestas de la Mercé a Barcellona, o i flamengos delle Fallas a Valencia. Non c’è sangue, lì, non c’è suspense? E allora riprenda il debutto dei toreadores alle Fiestas de S. Isidro di Madrid, oppure, se proprio gli piacciono gli encierros, mostri quello a cavallo di Ciudad Rodrigo, coi pastori che inseguono i tori dai pascoli alla plaza cavalcando a pelo e rimettendoci ogni tanto la cavalcatura sbudellata.

Ma la Rai non mandi in onda nei Tg, uno per giorno, sette servizi identici su San Firmin, che potrebbe metterci i filmati del 1980 e nessuno se ne intaglierebbe. Basta con réclame gratuita (gratuita? …bella domanda…) alle altre nazioni! Si leva già il pianto degli albergatori nostrani per una stagione turistica che fra maltempo e crisi economica sarà fallimentare, e la Rai va a sfruculiare la gente con le fiestas? Tra originali e “ricostruite”, da noi ci sono centinaia di manifestazioni folk che reggono alla grande il confronto con quelle iberiche. Giostre, cavalcate, sbarchi, scacchi viventi, regate, processioni, sagre… c’era proprio bisogno di insinuare nei patiti del “last minute”(sempre più numerosi, con gran dispetto dei tour operators) la voglia di Spagna? Se è per il sangue, basta dirlo. Si invita Borghezio a qualche sagra siciliana, e la corrida è garantita.

Posted by manlio collino at 20:10:53 | Permalink | Comments (1) »

Monday, August 10, 2009

La fossa del letame

Riparte il calcio, ma è sempre meno interessante. Alle Spa italiane militanti in questo sport che più di tutti gli altri è metafora di guerra (anche sotto il profilo economico) è stato riconosciuto da anni il fine di lucro, come a tutte le altre aziende Ue. Però in un regime di liberismo strano, a metà fra il selvaggio e l’edulcorato/eterodiretto. Le Società, per esempio, hanno un tetto all’ingaggio di extracomunitari, e hanno goduto del decreto spalmadebiti (contestato dalla Ue come forma di protezionismo), ma non “possiedono” più i giocatori: possono solo metterli sotto contratto, come lavoratori qualsiasi. Il risultato lo vediamo da tre lustri: ingaggi saliti alle stelle, tourbillon di scambi anche a campionati iniziati, squadre imbottite di stranieri, identità stravolte, tifosi disorientati, stadi sempre più vuoti.

I clienti delle Spa (cioè i tifosi del calcio) sono stati spinti  a confluire su pochi squadroni, quelli che condizionano i media e le carriere di arbitri e dirigenti federali con politiche tracotanti, simili a quelle delle grandi multinazionali. In questa nuova realtà, il grosso delle entrate (diritti Tv, sponsors, merchandising, botteghino) se lo spartiscono 5 club su 20, le cosiddette “corazzate” (possedute o da Paperoni arciricchi, come Juve, Milan e Inter, o da lobby federal-bancarie come Roma e Lazio), mentre le altre squadre vengono tenute in vita con elemosine (come si fa in Formula Uno con le scuderie minori), giusto per poter mettere a calendario una serie A credibile ed evitare il noioso ripetersi d’incontri fra ammiraglie. La B non ha visibilità. In C  stanno fallendo uno dopo l’altro club anche storici.

Nel calcio, dunque, il liberismo puro produce (come negli altri settori economici) tiranni sempre più forti e schiavi sempre più deboli. Ma il dirigismo (tipo leggi antitrust, compensazioni, limiti artificiosi…) produce - sempre nel calcio - effetti ugualmente nefasti come il doping amministrativo, i campionati truccati  o quantomeno falsati dal Tar, dalle banche e dalle promozioni “per meriti sportivi” . Morale: l’economia, lo sport (e la vita, in ultima analisi) sono come una grande tampa di drugia attraversabile solo camminando su un tubo scivoloso. Se ti tieni troppo da una parte finisci per cadere nella merda, e quella, a destra come a sinistra, si equivale.

Posted by manlio collino at 12:19:38 | Permalink | No Comments »

Friday, August 7, 2009

Col dito infilato nella diga

Un lettore (che dev’essere di quelli cresciuti a filetto e Marx) mi ha scritto una mail in cui si duole del mio (secondo lui esagerato) filoberlusconismo: “I suoi, signor Collino, sono discorsi da barbiere, e la goffaggine con cui ogni tanto prova ad imbastire un’apologia del Cavaliere definendolo un argine non desiderabile ma necessario all’ondata comunista è tanto ridicola quanto terribilmente vicina all’ignoranza che attribuisco al volgo che entrambi tentate di imbonire”. Balza subito agli occhi il suo classismo alla rovescia, il suo elitarismo radical-chic, tipico degli intellettuali rossi, secondo i quali il “volgo” (notate il termine desueto e snob, che evoca l’Orazio del “odi profanum vulgum et arceo”) è sempre ignorante, e il popolino dei bottegai (qui identificato nei barbieri) spara cazzate per antonomasia, mentre i discorsi profondi li sanno fare solo loro, i compagni “saputi”.

Tutto questo fa suonar falsa l’accusa mossami nel finale del messaggio, di voler imbonire il popolino. Proprio io che non considero mai ignorante a priori (condicio sine qua non per imbonire) nessuno. Io che in genere preferisco ascoltare che parlare, perché quel che penso lo so già, mentre dagli altri mi può arrivare il flash, il dato ignoto, lo stimolo a veder le cose da un’angolazione diversa e non immaginata. Passo le mattine fra rassegne stampa, giornali on-line e Internet, e mi si accusa di qualunquismo? Tra l’altro il qualunquismo, a parte la sua veste post-bellica di movimento politico (l’Uomo Qualunque di Giannini), ebbe come corrente di pensiero estimatori illustri tra cui Guareschi (“Le osservazioni di uno qualunque”) e Montanelli, che lo nobilitò a stile giornalistico. Ma per gli intellettuali rossi “impegnati” rimase sempre (e resta ancor oggi) sinonimo di disimpegno, cioè un insulto. Che io sono abituato a respingere fin da quando, negli anni ‘60 era rivolto con disprezzo dai compagni a noi goliardi, e che anche Giuliano Ferrara ha respinto sul Foglio, scrivendo: “C’è qualcosa di magnificente e invidiabile nel nostro stile di vita lamentoso e abbastanza confortevole, nel nostro gran circo del poco lavoro e delle molte garanzie, tra Stato protettivo e libertà d’interruzione di pubblico servizio. Lo trovate un discorso qualunquista? No. Non è qualunquismo, nemmeno nella versione nobile del Montanellismo, perché la lotta fra il modesto meglio e il modesto peggio ha in sé le sue ragioni, e anche la disillusione va presa con le pinze, sennò è un altro birignao”.

Liquidato per l’ennesima volta l’argomento “qualunquismo” (e quasi rimpiango d’averlo fatto, perché con Guareschi, Montanelli e Ferrara starei in buona compagnia…) voglio chiudere il post con l’espressione che più mi ha fatto pensare, nel livoroso messaggio del mio detrattore rosso. Mi riferisco a quel suo accusarmi di presentare Berlusconi al volgo come “argine non desiderabile, ma necessario”. E’ vero, cribbio! Cavaliere, mi consenta, ma io parlando di argine l’ho dipinta proprio come il famoso olandesino del racconto, quello che col dito piantato nel buco della diga impediva che la medesima crollasse. E sa cosa le dico? Che agli olandesi non fregava un cazzo se il piccolo tappa-falla era ricco, povero, pregiudicato, esibizionista, nano, calvo o puttaniere. L’importante era che tenesse.

Posted by manlio collino at 16:41:36 | Permalink | Comments (2)

Thursday, August 6, 2009

Scarpe intelligenti per genti poco intelligenti

Sissignori, ci sono anche le “scarpe intelligenti”. Mica solo le partenze per le ferie, le sospensioni in Formula Uno e le bombe Usa. Nell’ultimo mezzo secolo le scarpe hanno fatto la stessa parabola del pollo. Quand’ero gagno, il pollo era considerato un lusso. Io leggevo il Corrierino dei Piccoli, l’Intrepido e Topolino, e in quei fumetti il tipico sogno dell’affamato era un pollo arrosto. Ma l’idea che fosse un cibo prezioso mi veniva anche dalla disapprovazione di mia nonna per le famiglie che lo lo finivano in una volta sola: “A venta nen sgairé ‘l polastr, fasend-lo duré mach un disné” (non bisogna sprecare il pollo facendolo durare un solo pasto”.

Lei infatti lo riciclava almeno tre volte, tra la parsimoniosa sporzionatura primaria e le successive ripresentazioni sotto forma di brodo, ali e frattaglie alla cacciatora, crostini coi fegatini… Adesso invece il pollo è la carne che costa meno. L’ultimo listino della Borsa Merci di Modena quota le galline d’allevamento nazionale intensivo in batteria Euro 0,02 al Kg, prezzo a peso vivo (cioè piume comprese) merce franco luogo produzione (cioè te le devi andare a prendere tu, minimo un camion alla volta). Come dire che sei dai 10 cents al lavavetri del semaforo lui ti guarda storto o ti sputa sul parabrise, mentre ci potrebbe comprare tre galline vive, con quella monetina.

E le scarpe? Nel 1948, quando il mensile d’un impiegato Fiat di 2° livello era di 34.000 lire, un paio di scarpe “andanti” ne costava 5000. Come se oggi costassero 160 euro invece dei 15/20 a cui le trovi sulle bancarelle (e anche 5/10 se sono cinesi…). Nelle campagne, ancora in questo dopoguerra, c’era chi andava scalzo, per non sciuparle, e i montanari usavano gli zoccoli tutta la settimana. Solo di domenica, per recarsi a messa, calzavano gli scarponi militari riportati a casa dalla guerra o dalla leva. Ricordo ancora i bugigattoli dei “callié” (i ciabattini) e il clic clac sul selciato dei rinforzi in ferro a mezzaluna che s’inchiodavano ai tacchi per non consumarli.

Ma torniamo alle scarpe intelligenti? Cos’hanno di speciale per essere definite tali? Un micro-computer nel tallone, che comanda un motorino a pila che a sua volta varia lo spessore della suola adeguandolo alle asperità del terreno. Pensa tu. Costano 250 euro, ma trovo che sia persino poco, visto che un famoso skipper baffuto (che casualmente è anche uno dei massimi esponenti di un partito che con nomi diversi da quasi 90 anni pretende di difendere i proletari) si fa fare le scarpe su misura e le paga 800 euro al paio. E non sono neanche intelligenti. Esattamente come lui.

Posted by manlio collino at 17:53:50 | Permalink | No Comments »

Tuesday, August 4, 2009

Salti con l’asta

E’ ormai un must estivo, il servizio Tv pruriginoso sul turismo erotico femminile. Un po’ come gli articoli dei rotocalchi da spiaggia sui tradimenti vacanzieri o sul “punto G”. E pare che davvero siano sempre più le donne europee “liberate” che vanno in ferie ai Caraibi per farsi una cura di “big bamboo”. Non ci vuole molta fantasia ad immaginare cos’è il big bamboo: la traduzione letterale è “grande canna”, ed è proprio quel che avete pensato voi. I negri delle Antille sono stati compensati dal Creatore della relativa povertà in cui vivono (relativa perché, diciamolo, povero per povero è meglio far la fame in un’isola tropicale che in Siberia) con un’ipertrofia del “coso. Ce l’hanno enorme, insomma.

Quando si parla di turismo sessuale, c’è subito chi si straccia le vesti (che sarebbe anche una buona idea per affrontare l’argomento nelle condizioni migliori, calandosi nei personaggi come vuole il metodo Stanislavsky), specialmente se c’è da gettare la croce addosso ai panciutelli ed allupati scapoli (e non) italiani che riempiono i charter per Cuba (mi perdonino i fanatici islamici la scorrettezza politica di quel “gettare la croce addosso”, ma dire “gettare la mezzaluna addosso” non rende l’idea, o almeno fa pensare ad un cuoco incazzato). L’opposto, cioè le parimenti allupate zitelle culone intervistate in Tv (mai l’espressione “colte in fallo” fu più calzante), e che ovviamente negavano d’esser lì per il big bamboo, fa un po’ ridere.

Vi risparmio la sociologia a buon mercato sul “bovero negro” costretto a vendere il suo corpo per denaro, o sulla mancanza di stile della donna che, appena liberata, va a “puttani” come un qualsiasi geometra di Gallarate. Anche perché un film girato a Venezia negli anni ’50 (non ricordo il titolo, ma c’erano Sordi, Manfredi e la Allasio) mostra i gondolieri che vanno con le turiste straniere e si giustificano con le loro mogli e fidanzate dicendo: “el xè lavoro”. Dunque anche noi (e ben prima nei negri delle Antille) abbiamo fatto da soggetti passivi nel turismo erotico femminile. Le walkirie calavano a frotte, sperando in avventure erotiche con l’italian lover, e i nostri bagnini (da Trieste a Ventimiglia, isole comprese) ne hanno sempre saputo tener alta la bandiera. Una bandiera la cui asta non sarà stata di bambù, ma di sicuro era ben dritta.

Posted by manlio collino at 22:57:29 | Permalink | No Comments »

Monday, August 3, 2009

Un triumph chiamato desiderio

Come mai la curva della richiesta (e quindi il prezzo) nelle auto d’epoca registra un’impennata per i modelli che hanno dai 30 ai 50 anni, e poi s’abbassa? Me lo spiegava ieri un noleggiatore d’auto “retrò” per matrimoni: chi s’accosta a quel tipo di mercato (voluttuario e di lusso) di solito ha raggiunto il massimo potere d’acquisto, il che statisticamente avviene intorno ai 50 anni, e a quell’età desidera possedere le auto che lo facevano sognare quand’era bambino, adolescente, giovanotto. Così il loro prezzo, gonfiato dalla domanda più che dal valore intrinseco, risulta sproporzionato rispetto a quello di modelli più antichi e rari.

Perché compriamo lo spider Triumph (chi può) o anche solo la 500 Abarth “col cofano dietro alzato”, e lasciamo lì magari una Fiat 522 che costerebbe poco di più? Perché questa l’abbiamo vista solo in foto, mentre quelle le vedevamo sfrecciare da ragazzi, le desideravamo, erano i nostri sogni proibiti. Col loro acquisto chiudiamo un vecchio contenzioso col mago desiderio. E’ lo stesso meccanismo psicologico per cui i padri comprano il meccano ai figli, che invece vorrebbero la playstation. Ma beati quelli che hanno avuto ed hanno ancora desideri inappagati: vedete come sono duri a morire, come ci accompagnano avanti, nella vita!

Dicono che la felicità non consista nell’avere ciò che si desidera, ma nel desiderare ciò che si ha. E’ solo un gioco di parole: vuol dire che per esser felici bisognerebbe sapersi accontentare. Però che suono triste ha quel verbo: accontentarsi, parente del rassegnarsi e dell’arrendersi! Sembra il campo intermedio d’una scalata a un 8000 interrotta dal maltempo, sembra la pennichella del mago desiderio, sembra la fata speranza chiusa in cesso. Chissà se la felicità sta davvero nell’accontentarsi, cioè in quella tenda da smontare, in quel russare, in quel vano bussare alla porta del WC? Nessuno sa dir bene cosa sia, la felicità, e al pari dell’amore sembra sia diversa secondo chi la prova. Ha una sola caratteristica certa: non appartiene al presente. E’  uno stato emotivo influenzato dalla psiche, uno stato che tu proietti nel futuro con la speranza e la fantasia, e lì riesci a immaginarla, così come riesci a identificarla nel passato, quando la nostalgia e la saggezza del poi ti fan capire d’esser stato felice senza accorgertene. Nel presente, se non vuoi accontentarti (cioè fermarti, rassegnarti) puoi solo desiderarla o rimpiangerla. Magari lei è  lì, ma non ti è dato saperlo: senti solo, nel confuso del cuore,  il suo sussurro: “cercami”…

Posted by manlio collino at 20:28:55 | Permalink | Comments (3)