Wednesday, September 30, 2009

La Madelon (ultima puntata)

L’uomo con la barba bianca pescava e meditava (due cose che vanno bene insieme). Sapeva ciò che dei pesci e dei pensieri avrebbe scritto, e sapeva che la solita fedele lettrice gli avrebbe chiesto se doveva prendere quelle parole come una specie di testamento spirituale. La risposta era no. Come i film di Fellini, era solo un susseguirsi criptico (anche se ben girato e suggestivo) di allusioni autobiografiche (la canna tradita che t’aspetta a casa e resta la più importante anche se peschi con altre lenze… il sogno-figlia condannato per sempre a rimanere senza finale… la sete inestinguibile di musiche e di cori…). Ma non un testamento spirituale. Perché per poter stilare una roba simile bisogna aver certezze spirituali da lasciare, e lui non ne aveva. Serbava solo tracce d’intuizioni felici. Quelle, però, non si possono lasciare in eredità, perché sono lampi di perspicacia personali, indimostrabili e non fruibili da altri, coevi o posteri che siano. Sono un regalo dell’esperienza al crepuscolo della vita, un di più vagamente consolatorio, come i bis nei concerti, come gli ultimi pesci catturati a strascico dirigendo la barca verso riva. Né poteva lasciare in eredità la corazzata del dubbio sistematico che gli aveva consentito di attraversare indenne il mare dell’assolutismo (infestato da pirati come i fanatici, i profeti, i catastrofisti, i padroni di certezze, i fideisti, i demagoghi…), fino al porto del relativismo, attraccando all’ormeggio dell’apparenza (quello che sta fra i moli sogno ed illusione).

“La realtà - aveva lasciato scritto Titti - è un sogno (ecco il mistero dei sogni senza finale…), abbracciamo e accettiamo l’illusione, perché solo oltre l’esistenza si annida la verità.” (ecco il senso di colpa per aver voluto sbirciare, con le sedute spiritiche, la verità dietro il velo, pur restando al di qua dell’esistenza…). Non era certo di Bisdie quella frase, ma nell’averla scelta a 15 anni e scritta sulla porta della cameretta, l’aveva fatta sua. Così come le altre: “A volte basta un attimo per dimenticare una vita (ecco il colpo del suo cranio contro la palina, ecco i pesci che per un attimo d’ingordigia sull’esca dimenticavano la vita dibattendosi sul fondo della barca…), ma a volte può servire una vita per dimenticare un momento (ecco il dolore implacabile di barba bianca: gli sarebbe servita la vita intera per dimenticare il momento del colpo). E poi la frase-clou “Just one moment… can change everything” (un solo istante… può cambiare tutto). Quella aveva lasciato di stucco chi l’aveva letta “dopo”, tanto sembrava una lucida profezia (compresi i suoi tre puntini di sospensione, non richiesti dalla sintassi). Davvero. Quelle frasi sì, che potevano sembrare un testamento spirituale di Mari, anche se lei non le aveva certo scritte con quell’intento. O almeno non aveva quell’intenzione a livello cosciente: quando certe sensazioni premonitorie emergono dagli abissi dell’inconscio, assumono di solito forme razionali, anche se sottilmente ambigue. “Sappi che sei una piccola goccia in mezzo al mare (e lui in quel momento era proprio una piccola macchia in mezzo al mare, visto dal Santuario della Madonna della Guardia, in cima al monte che sovrasta Alassio…), ma sappi anche che senza quella piccola goccia il mare sarebbe più piccolo…” (e qui lui sentiva l’amore tenero della figlia)

E ancora: “Solo i ricordi uniscono ciò che il destino separa…” (separava lui da Titti prima d’ogni altro essere, ma anche da Madelon, Giugi, Mailiben, nonna Nora, Dodo e tutti gli altri…). Non era un tratto originale, la tavolozza di suggestioni personali con cui dipingeva i ricordi recenti e remoti, bensì un luogo comune. Tutti quelli che sentono la mano fredda di Catlin-a sulla spalla si appoggiano ai ricordi. E non solo da anziani. Quella mano inizi a sentirla quando smetti di crederti immortale come i giovani. Può capitarti in età diverse, e te ne accorgi perché cessi d’esser curioso della vita, di ridere e di far progetti. E’ un po’ come quando il pescatore decide che basta, e tira su la lenza, appoggia la canna (senza disarmarla) al cassero della barca, salpa l’ancora e dirige la prora verso casa. Anche se in cuor suo si riserva di fare ancora qualche lancio durante il rientro, saranno comunque dei supplementi, pur se premiati da ulteriori prede. Un di più vagamente consolatorio, come le intuizioni regalate dall’esperienza al crepuscolo della vita.

Un’intuizione di quel tipo, ad esempio, gli aveva fatto associare l’amore-Madelon (ce n’est que Madelon, mais pur nous c’est l’amour…) alla morte-Catlin-a. La canzone era stata scritta nel 1914, quando la prima battaglia della Marna aveva già fatto mezzo milione di morti tra francesi e tedeschi (cioè un milione di genitori amputati di un figlio, come lui: queste cifre lo facevano meditare, specie se rapportate al delirio suscitato in Italia dai 21 soldati caduti in Afghanistan), e la maison dove Madelon serviva da bere era uno dei tanti bordelli di retrovia dove i militaires reduci dall’inferno della prima linea (e destinati a tornarvi) trovavano repos et plaisir . Cioè trombavano, probabilmente anche con la sorridente Madelon dallo sguardo malizioso (comme son vin son oeil pétille…). Una scopata (atto che genera vita) per esorcizzare la guerra (atto che genera morte). Non era nuovo l’accostamento eros-tànatos. L’immagine della morte-donna che seduce i militari era presente anche nel finale del canto di Salò “Le donne non ci vogliono più bene“: «…ce ne freghiamo, la signora morte - fa la civetta in mezzo alla battaglia - si fa baciare solo dai soldati - sotto, ragazzi, facciamole la corte - diamole un bacio sotto la mitraglia - lasciamo le altre donne agli imboscati!». Spesso infatti (e non solo per i militari) l’immagine della morte è gentile e sorridente (…fa la civetta…) proprio come la servetta del cabaret “Au tourlorou”, e come lei si prende gioco di chi ha paura, di chi non sa come affrontarla per farsela amica. «Quand Madelon vient nous servir à boire - sous la tonnelle on frôle son jupon - et chacun lui raconte une histoire - une histoire à sa façon». Quando Catlin-a/Madelon si avvicina per servirci le ultime bevute, cerchiamo tutti di sedurla di nascosto, e ciascuno di noi le racconta una storia, la ‘insapona’ a modo suo. Era quella l’intuizione. Ciò che l’uomo con la barba bianca e l’anima stanca avrebbe scritto sulla pesca e sui sogni non sarebbe stato un testamento spirituale, ma solo una delle storie che lui (da quando Titti era volata via) raccontava ogni giorno e ogni notte a Madelon. A modo suo.

(fine)

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Thursday, September 24, 2009

La Madelon (quinta puntata)

Questo (ed altro) pensava l’uomo con la barba bianca e l’anima stanca mentre tradiva la sua fedele canna con una di passaggio. Era successo in fretta e per caso (un vicino d’ombrellone l’aveva invitato all’ultimo momento, per non prendere il mare da solo), ma quelle pescate al largo di Laigueglia, sotto un sole esageratamente caldo per settembre, erano state magnifiche. Non tanto per il bottino (una ventina di prede, bastanti però a fargli intonare a mezza voce la Madelon), ma perché avevano il fascino delle cose belle capitate per combinazione… un caporal en képi de fantaisie s’en vint trouver Madelon un beau matin et, fou d’amour, lui dit qu’elle était jolie et qu’il venait pour demander sa main e il succo della sorpresa… la Madelon, pas bête, en somme, lui répondit en souriant: pourquoi me contenter d’un homme quand j’aime tout un régiment? L’amico aveva tutto (attrezzatura, esche), ma soprattutto era discreto e taciturno, come dovrebbero essere sempre i pescatori, gli alpinisti, gli osti e i parrucchieri. Barba bianca aveva quindi potuto godersi l’acqua incredibilmente trasparente (si vedevano i pesci sul fondo intorno all’esca), la quiete dai rumori costieri che giungevano ovattati, come un’eco di pericoli scampati, un brontolare lontano di temporali, e il panorama famigliare della costa, con le terrazzature dove si arrampicava da bambino e la sua casa ai margini del bosco di pini marittimi… pour le repos et le plaisir du militaire, il est là-bas à deux pas de la forêt une maison…

Si era persino scoperto a parlare coi pesci mentre li “slamonava” (li liberava dall’amo) ed erano, le sue, frasi di scusa: «eccoti qua, bello… su, stai fermo che se no ti faccio male… ma che fame avevi? Hai l’amo fin giù dentro la pancia… peccato…. apri bene la bocca, da bravo, se no mi tocca romperti le mascelle per infilare la pinza… mi spiace… devo strappare… piano, così… ecco fatto… scusami…»… Erano frasi un po’ ipocrite… On l’embrasse dans les coins. Elle dit “veux-tu finir…” On s’figure que c’est l’autre, ça nous fait plaisir… che non aveva mai detto, quando pescava da giovane. Mai. Il compagno di barca lo guardava di sottecchi e lo ascoltava stupito. Ma da quando gli era morta la figlia sedicenne, quattro estati prima, lui aveva imparato a parlare agli animali. Per non impazzire faceva come i pazzi… “en comptant les jours on soupire, et quand le temps nous semble long, tout ce qu’on ne peut pas lui dire on va le dire à Madelon…”

In certi momenti la vedeva (o meglio la “sentiva”) nelle forme viventi che gli venivano intorno. Maria Claudia amava “entrare” soprattutto nelle farfalle. Se ne trovava in volo nei suoi paraggi preferiva le vanesse (quelle color arancio a macchie nere), altrimenti andavano bene anche le altre (comprese, di notte, le falene), tanto era solo per svolazzargli un po’ intorno e fargli dire “ciao, Titti”. Chissà perché, le farfalle… la servante est jeune et gentille, légère comme un papillon… C’erano stati segni premonitori, collegamenti…. lui per esempio, quando lei aveva avuto il menarca, le aveva regalato una farfalla d’oro da appendere al collo… lei pochi giorni prima di morire aveva catturato (non l’aveva mai fatto) una grande vanessa durante una sosta sul San Bernardino, tornando per l’ultima volta dal mare, e l’aveva messa alla parete nella sua cameretta, trafitta da uno spillo… poi gli amici portavano spesso farfalle di tulle alla palina, e una volta la mamma della ragazza salvata dal suo fegato ne aveva lasciata al cimitero una bellissima, di porcellana… (segue)

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Tuesday, September 22, 2009

La Madelon (quarta puntata)

Era curiosa questa storia dei sogni belli che finivano “prima”. Ma fortunatamente finivano prima tutti, anche gli incubi. Era come se l’uomo, man mano che la sua barba nera diventava bianca e la sua anima fiera diventava stanca, avesse imparato a domare entrambi i tipi di sogni. Ora riusciva persino, concentrandosi su determinati “tòpoi” onirici quando sentiva arrivare il sonno (i tòpoi sono i luoghi caratteristici, i paesaggi - se ci fate caso sempre uguali - in cui sono ambientati certi nostri sogni ricorrenti, belli e brutti) riusciva - dicevamo - ad “avviare” il sogno che voleva, o a sospendere quello che virava in senso non gradito, passando ad un altro senza svegliarsi. Come se avesse una Tv a telecomando nel cervello, il cui canone da pagare era quello: niente finali. Se nel sogno aveva molta fame, la sequenza d’immagini s’interrompeva di fronte al piatto preferito, prima che potesse assaggiarne un sol boccone. Se una donna bellissima gli si dava, il sogno cambiava prima della penetrazione. Se un pesce abboccava, non riusciva mai a tirarlo fuor d’acqua prima che il telecomando misterioso cambiasse canale. E così via.

Per fortuna ciò valeva anche per i sogni brutti o - peggio - per gli incubi. Se cadeva in un baratro pauroso, zàc: a metà volo si trovava seduto a cantare, in un altro sogno. Se perdeva il controllo dell’auto e stava per schiantarsi contro un Tir, zàc: si trovava in barca con la canna in mano. C’era stato solo un periodo in cui gli incubi rimanevano tali, e lui si svegliava di botto con la fronte sudata e il cuore in gola. Erano i primi anni ‘70, quando era dilagata fra le volpi (cioè i Clerici Vagantes , nel cui stemma spicca una volpe argentata in campo giallo e nero) la moda delle sedute spiritiche. Non fra tutti i Clerici. Solo fra quelli “a 4 stelle” come erano dette le superstars di allora (priorato di Agilulfo), quelli degli spettacoli in teatro, quelli che creavano capannelli intorno a sé dovunque fossero, e durante le ferie matricolari dovevano svignarsela alla chetichella dalle piazze per andare a “Cena Clerici” senza tirarsi dietro i fans. Quelli “chitarre e cori” che spesso in osteria, a fine pasto, vedevano l’intera brigata di cucina uscire in sala ad ascoltarli, insieme ai camerieri e agli avventori. Nomi ancor oggi leggendari (per burle, battute, canzoni e imprese) che è meglio non citare per non rischiar di creare dissapori omettendone qualcuno. Tanto, chi c’era, sa.

Tra loro era arrivato un bravo medium, Dodo, e un po’ per scherzo e un po’ per curiosità era iniziata la moda delle sedute spiritiche. Anche l’uomo con la barba nera e l’anima fiera ne aveva fatte tante. Scettico all’inizio, poi sempre più stupito e affascinato. Ne aveva parlato a Torino con un grande goliardo d’anteguerra, esperto in quelle cose, Gianluigi Marianini. E lui lo aveva messo in guardia: “Lascia perdere… son cose delicate che se non sai maneggiarle possono diventare pericolosissime. “Di là” ci sono entità positive e negative, e dalle seconde è difficile liberarsi, se non sai bene come fare. Va a finire che restano “di qua”, nelle case e nelle persone, anche per anni. E fanno danni enormi. So di case incendiate, di persone impazzite e di suicidi…” Fu profeta. La donna di Dodo si tolse la vita pochi anni dopo. Lui morì giovane. L’uomo con la barba nera, per fortuna, lasciò per una volta perdere l’anima fiera e se ne astenne, anche perché le sue notti avevano iniziato ad esser tormentate da incubi tremendi. E fece bene. Poco a poco si diradarono, e alla fine cessarono. Ma fu da allora che perse il finale d’ogni sogno. Forse fu inconscia autodifesa, forse intervento di entità benigne… impossibile saperlo. Ma la scomparsa degli incubi la pagò con sogni sempre interrotti dal cambio di canale, sul più bello o sul più brutto. Quello era il prezzo per aver voluto sbirciare dietro il velo. (segue)

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Monday, September 21, 2009

La Madelon (terza puntata)

L’uomo con la barba bianca e l’anima stanca si è preso una pausa, dall’ultima puntata. Motivazioni “nobili”: anniversario del funerale di sua figlia… lutto per i militari italiani caduti in Afghanistan… Meno nobili: pigrizia senile… renitenza anarcoide all’oggi devo… dubbi sul significato da dare a una proiezione di diapositive mentali (piacevoli per lui ma forse noiose per gli altri…) che altrimenti rimarrebbe un narcisistico e sterile amarcord… In qualche modo, però, doveva finire. Lo doveva alla sua canna e al mulinello che dormivano in garage da quarant’anni, da quando Giugi s’era sposato e per un bel pezzo aveva lasciato in pace cavedani e fagiani. L’uomo con la barba nera e l’anima fiera era andato a pescare da solo ancora qualche volta, finché era scattata l’ora degli ormoni. Era inevitabile che il testosterone finisse per dare un significato diverso alle parole filo, montatura, pasturare… e l’amo passasse da sostantivo a predicato verbale…

Poi la sua vita aveva preso un indirizzo più casuale che programmato, come succede spesso… La morte del papà, il lavoro in azienda a soli diciott’anni, l’università, l’automobile, il matrimonio precoce, i figli, il Toro, la goliardia… Le pescate si erano fatte sempre più rade, fino alla resa: “basta… ricomincerò da anziano, quando avrò più tempo”. Ma canna e mulinello, messi da parte, si erano presi la rivincita entrando nei suoi sogni. Sognava le schiene blu dei pesci, immobili nel verde trasparente dei fondoni, sognava l’occhio incollato al galleggiante che avanzava lento sul pelo dell’acqua finché spariva sotto all’improvviso, sognava l’abile colpo di polso a cui rispondeva quella resistenza viva, quel tirare vibrante verso il fondo dal capo opposto del filo, quella sequela di strattoni che gli faceva dire “a j’è… l’hai cipàlo… a deuv’essi gross… pìja ‘l guadin”… Un sogno bello e ricorrente, ma sempre di preambolo, come un amore consenziente non consumato. C’era tutto, l’eccitazione, la ricerca del posto giusto, la preparazione dell’esca, l’attesa, il morso, il colpo, la lotta, ma mai un pesce tirato su. Il sogno finiva sempre prima. (segue)

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Wednesday, September 16, 2009

La Madelon (seconda puntata)

Poi era arrivata l’epoca di Giugi, gran cacciatore, pescatore e poeta. Era il secondo figlio di zia Pina, e aveva vent’anni più di lui. A quei tempi (gli anni ‘50) la caccia e la pesca erano ancora sport molto popolari, anzi, in molte famiglie povere erano più un secondo lavoro dei maschi che uno sport, visto che i pesci e la selvaggina, allora abbondanti, fornivano una preziosa integrazione a menu altrimenti scarni. Era normale, la domenica sera, veder tornare dalla provincia i cacciatori in bicicletta, con la doppietta a tracolla e il cane che trotterellava al fianco. Anche i treni dell’alba erano pieni di cacciatori, fucili e cani accucciati sotto le panche di legno dei vagoni di terza classe, quelli con una porta ogni due sedili. Giugi, però era impiegato Fiat, e a caccia e a pesca ci andava in macchina, con gli amici. La comperava con lo sconto dipendenti ogni sei mesi, ma anche se la teneva con cura maniacale (non toglieva neanche la plastica alle porte, per rivenderla meglio) alla fine ci rimetteva sempre un po’ perché l’odore di cane e di pesce non andava mai via del tutto.

Il vecchio con la barba bianca e l’anima stanca ricordava Giugi con immenso affetto. Era stato lui ad iniziarlo alla pesca seria, e se l’era portato dietro anche a caccia, pur se l’età non gli consentiva di sparare. Ma lui non era attratto dalle armi. Non lo era mai stato. La selvaggina insanguinata e agonizzante gli faceva pena, i guizzi dei pesci morenti no. Strana cosa, quella, perché anche la pesca è cruenta, anche i pesci sanguinano, anche loro hanno l’occhio spaventato mentre gli estrai l’amo dalla gola, spesso strappando con esso brandelli di visceri. Strana cosa, forse dovuta ad esperienze in vite precedenti, chissà… Comunque era arrivato Giugi, e con lui la barca a remi, le lezioni sui nodi, le tecniche, i palamidi, il bollentino, la prima canna col mulinello (regalo di compleanno, da non dormirci per notti), e le puntate allegre nell’entroterra di Albenga a pesca di cavedani coi “gianin” (larve di mosca), o su fino alle trote nelle forre più alte della Valle Arroscia, coi lombrichi (a piombo lungo) o il cucchiaino (a lancio). Un maestro. Ed erano così arrivati i primi carnieri pieni (altro regalo di compleanno, il carniere di vimini, e poi c’erano stati gli stivali di gomma verde, alti fino all’inguine… il guadino… ogni estate un regalo nuovo), carnieri pieni da non poterli chiudere. Giugi allora diceva sempre “gli abbiamo fatto la pancia come la schiena” e poi cantava, tornando verso casa.

Cantava in auto a squarciagola col suo amico Emilio, detto Mailiben (per certe sue storie con turiste tedesche che il ragazzino non capiva). Cantavano di tutto, ma il piccolo impazziva per La Madelon, un’orecchiabile e trascinante marcetta francese della prima guerra mondiale. Parlava della servetta d’una taverna delle retrovie “jeune et gentille, légère comme un papillon”, sempre allegra e prodiga di grazie coi militari di ritorno dal fronte o in partenza per la prima linea: «Nous en rêvons la nuit - nous y pensons le jour - ce n’est que Madelon, mais pour nous c’est l’amour…
 la Madelon pour nous n’est pas sévère 
- quand on lui prend la taille ou le menton 
- elle rit, c’est tout l’mal qu’elle sait faire - Madelon, Madelon, Madelon !» . La facevano a due voci e, se c’era un terzo pescatore che lo liberasse dal contralto, Mailiben faceva l’accompagnamento bandistico (“zum - zum -parapapà”) mettendoci persino i piatti (“tsssch”). La canzone era così bella ed era un tale spasso sentirli cantare che avrebbero fatto diventare allegro persino Aldo Moro, il politico serio che non rideva mai. (segue)

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Tuesday, September 15, 2009

La Madelon (a puntate)

L’uomo con la barba bianca e l’anima stanca sognava ancora. Uno dei sogni ricorrenti più belli che faceva era la pesca. Perché ci sono dei sogni ricorrenti nella vita di ognuno. Belli o brutti. Fra i brutti ricordava le interrogazioni, poi gli esami universitari, poi le parti in spettacolo, tutti sogni accomunati dall’ansia del sentirsi impreparato. Quelli però era da un pezzo che non li faceva più. Invece il sogno della pesca lo faceva spesso, forse perché aveva cominciato a pescare da bambino, ma proprio ino ino, dagli scogli in punta al molo, al mare. La canna se la spezzava nel canneto dietro casa. Il filo di nailon (tre metri) lo comprava con l’amo ed i piombini dal negozio buio col bancone liso, quello che aveva un odore misterioso di bazar, misto di gomma, cordami, resine e sementi. E una base di flit. Il vecchio padrone era paziente coi bambini, faceva lui il nodo all’amo e premeva i piombini con la pinza, alla distanza giusta. Il tutto, faceva venti lire senza il “natino”, il galleggiante di sughero colorato. Quello era un lusso evitabile, bastava un tappo forato con dentro uno stuzzicadenti dalla punta intinta nel minio, che la vedevi drizzarsi quando il pesce ci dava. L’esca era un pezzetto d’impasto mollica e gorgonzola. I pesci piatti, quasi tondi, piccoli come monete da 500 lire o poco più. Quando ne prendeva due o tre in un pomeriggio era felice, e non vedeva l’ora di mostrarli alla nonna, che glie li cucinava e lo obbligava a mangiarli, spine o non spine, perché - diceva - non si uccide un animale se non è per mangiare. (segue)

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Monday, September 14, 2009

Le spine foderate

Chissà se mio nipote Marco da vecchio ricorderà c’ero anch’io, al suo primo giorno di scuola, in prima elementare (ora si chiama cacofonicamente “prima primaria”). Io rammento chi c’era al mio primo giorno, secoli fa, e anche l’atmosfera d’allora, seriosa, coi pianti mal compatiti da docenti più inclini al cipiglio che al sorriso. Chi veniva dall’asilo capiva subito che tirava tutt’altr’aria. Penna in mano da subito, e pennino da intingere con cura nel calamaio (guai a far macchie sul quaderno), e poi pagine d’aste prima di passare all’alfabeto, perché a quei tempi la calligrafia aiutava, nel lavoro. Oggi, nell’epoca del computer, conta meno, e così i giovani hanno grafie che una volta li avrebbero fatti bocciare in terza elementare. Mutano i tempi, e i metodi con essi.

Noi marciavamo in corridoio, sempre in fila per due, come soldati “…nòddui-nòdduì… pàssoo…alt… fianco dest… rompete le righe!” E in classe dovevamo tenere le “posizioni”. Qualche canuto lettore le ricorda? Braccia in prima (sul banco, parallele, palme in giù), in seconda (conserte), in terza (dietro la schiena). Adesso invece le maestre, nel primo giorno di scuola, fanno cantare e ballare i bimbi nell’atrio, su basi musicali. Roba semplice: mani su, mani giù, ruota il bacino, fa’ un saltino… tipo la ginnastica acquatica che hanno appena visto fare alle mamme e alle sorelle sulla spiaggia, ma almeno l’emozione compressa si scioglie, e nessuno piange. Forse i primini, vedendo le maestre ancheggiare come aspiranti veline, si faranno un’idea sbagliata della scuola, ma ci sarà tempo per fargliela cambiare.

Per ora gli addolciscono lo choc del primo giorno. Addolcire… parare… attutire… ammortizzare… sarà poi giusto questo atteggiamento iperprotettivo nei confronti dei bambini? Perché non dico di fare come la mia maestra di prima elementare, che per castigo ci metteva in ginocchio sui ceci, o il maestro di terza, che in aula ci dava secche sberle sulla nuca e per casa pensi biblici, fumava in classe e sputava dalla finestra senza neanche guardare di sotto, ma neanche esagerare in senso opposto. Lo spaesamento degli adolescenti di fronte alle prime difficoltà della vita è dovuto anche all’eccessiva attenzione che si presta loro da piccoli, nascondendo o mitigando al massimo cose dolorose ma necessarie come il dovere, la punizione, la separazione dalla famiglia. A me non sembra d’esser stato spezzato da quei metodi spartani. Anzi, direi d’esser stato temprato. Per me sarebbe meglio spiegare ai bimbi fin da piccoli che le rose hanno le spine e le spine pungono, invece di continuare a tagliarle o foderarle. Se no, quando si pungeranno (e prima o poi capita a tutti) gli sembreranno pugnali.

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Friday, September 11, 2009

Pipa sovversiva

Con mio nonno Federico, nato nel 1869, ho in comune quattro cose. La barba (lui a pizzo, io alla Hemingway), la musica classica (lui la insegnava, la componeva e la dirigeva, io l’ascolto e basta), l’anticomunismo e la pipa. Dopo un secolo, però, la valenza di queste cose è cambiata. Nell’800 la barba l’avevano quasi tutti, o almeno i baffi; oggi invece i maschi si depilano persino ascelle, pube e petto, perché quel vello che arrapava tanto le nostre nonne, mamme e sorelle non piace più alle donne moderne. La musica classica è diventata un ascolto d’élite; allora era popolare, la gente anche semplice gremiva i loggioni e attendeva le nuove opere liriche come oggi attende i nuovi album dei big. Anche l’anticomunismo era diverso, prima dell’ultima guerra: le contrapposizioni sociali erano ancora nette, e del vero volto del comunismo si sapeva poco. Essergli contro, per i ceti medi, era un impulso conservatore, dettato dalla stessa paura del disordine e della sovversione che aveva favorito l’ascesa del fascismo e del nazismo.

Oggi è il contrario. Professarsi anticomunisti è prova di libertà intellettuale ed è costoso: significa essere tagliato fuori da carriere accademiche, artistiche, amministrative. In società significa vedersi fare pian piano il vuoto intorno dal predominio culturale, mediatico e politico delle sinistre. La quotidianità spicciola è intrisa oggi di manierismo antifascista come una volta lo era di perbenismo cattorisorgimentale. Nell’800 chi osava difendere i contadini o gli operai (a quei tempi davvero sfruttati) o protestare contro l’invadenza dei preti (allora davvero soffocante) veniva indicato nei caffè e nei salotti come “sovversivo”, epiteto equivalente al “fascista” di oggi. Ma se per fascismo s’intende la sopraffazione e la prepotenza, i veri fascisti d’oggi sono loro, i compagni, che del ventennio hanno adottato le prassi più odiose. Intolleranza, squadrismo, violenza fisica, disinformazione sistematica attraverso il controllo rigoroso dei media e della cultura, ricatto sociale (se non sei dei nostri non lavori), intrallazzi finanziari, adunate oceaniche, demonizzazione dell’avversario con ogni mezzo, compreso il gossip.

Resterebbe la pipa, ma neanche quel vizio innocente è rimasto uguale a com’era ai tempi del nonno. Se allora il vero uomo doveva “saper di cuoio e di tabacco”, oggi trionfa il deodorante “che-non-ti-pianta-in-asso”, e il fumo è criminalizzato. Resisto ancora in casa mia, ma già in quelle dei miei due figli sposati mi tocca andare sul balcone, per fumarla. Allo stadio è vietata, anche all’aperto. Per strada, al mercato, nei déhors c’è sempre qualcuno che ti guarda storto e si fa vento con le mani. Al Country Club di Montecarlo, dove è permesso fumare “salvo proteste dei vicini”, mi è toccato spegnerla durante la finale Nadal-Djokovic su richiesta (trasmessami dallo steward) di un signore seduto otto file più in alto. Ecco: forse fumare la pipa, oggi, è diventato l’ultimo vero gesto da sovversivi. Anzi, il penultimo. L’ultimo è difendere Berlusconi.

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Thursday, September 10, 2009

Dal dire al fare

Sono andato al Santuario della Consolata a prenotare una messa per il 15 settembre, quarto anniversario della morte di mia figlia Maria Claudia. Mentre uscivo dalla sacrestia era in corso sull’altare maggiore una delle tante messe - quasi una all’ora - che vi si celebrano, anche nei giorni feriali. Mi sono seduto nella penombra famigliare e confortevole delle navate laterali, ed ho ascoltato il Vangelo di oggi (Luca VI - 27-38). Di esso mi ha colpito, come sempre, quel passaggio che dice: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro».

Mi sono sempre sentito inadeguato, di fronte alle esortazioni di Cristo, e in particolare di fronte a queste. L’altra guancia non sono mai riuscito ad offrirla, e un po’ d’invidia ce l’ho, devo dirlo, per chi ci riesce, per chi sa vincere gli istinti terreni e seguire le vie del cielo. Io vecchio caprone smarrito (altro che pecorella…), ammiro chi diffonde il messaggio evangelico senza sosta, come i preti, rendendolo più efficace con il buon esempio. Anche oggi, per esempio, rivedendo l’orgia di marmi rari, ori, argenti, smalti, cristalli, dipinti, miniature, ex voto, statue e preziosità barocche che arredano il Santuario, ho capito a cosa servono le telecamere collocate al suo interno e debitamente segnalate all’ingresso col cartello “Attenzione: area videosorvegliata” . Devono pur identificare chi gli prende il mantello, per potergli regalare anche la tunica.

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Wednesday, September 9, 2009

Anima, ti pago

Abituati a considerare realtà solo ciò che viene filmato o stampato, gli sposi d’oggi spendono fortune per documentare la cerimonia e il pranzo di nozze. Si comincia da casa di lui che si prepara, poi di corsa a casa di lei che fa lo stesso, e se era già pronta si sveste e ricomincia tutto, perché chi detta i tempi della giornata nuziale è il regista del cortometraggio. Un buon servizio foto-televisivo arriva a costare anche 10mila euro, quindi bisogna che gli attori siano all’altezza e le comparese (noi invitati) pazienti. Se non viene buona la prima, si rifà la scena, come a Cinecittà. Le chiese sono trasformate in set, con fari che abbagliano, cavi per terra, microfoni, operatori invadenti. Chi non ha visto ripetere lo scambio degli anelli o le firme perché la scena “non era venuta bene”? Chi non ha atteso per ore al ristorante con lo stomaco vuoto che gli sposi tornassero dal parco o dal castello dove stavano facendo le foto?

E per il banchetto s’ingaggiano agenzie specializzate in animazione, come nei villaggi turistici. Una volta ci pensavano gli amici degli sposi a far casino, e anche in vacanza si organizzava l’animazione alla buona, con cacce al tesoro, gite, tornei, balli, in uno scoppiettìo di scherzi, battute e sfottiture che mi risuona ancora nelle orecchie appena indosso le cuffie della nostalgia. E soprattutto si cantava sempre. Poi, poco a poco, s’è persa la capacità d’inventarsi il divertimento, ed è nato il bisogno di animatori professionisti. Forse noi, che da bambini dovevamo farci i giocattoli da soli con legni, elastici e tappi, allenavamo la fantasia abbastanza da saperla adoperare per divertirci anche dopo, da adolescenti e da universitari.

Alle generazioni dopo, invece, quelle cresciute con la Tv e i giocattoli già pronti, la fantasia si è pian piano atrofizzata, e alla fine hanno dovuto aiutarla con l’animazione. Prima nei villaggi turistici, poi in spiaggia, nelle discoteche, alle feste in casa, ai compleanni dei bambini, ai matrimoni. Ed ecco al banchetto nuziale arrivare finti camerieri che fanno apposta a rovesciare i piatti, ad inciamparsi, a litigare, finché il trucco viene svelato. Poi, accesa l’atmosfera, subentra il cabarettista, il cantante, l’intrattenitore, come in Tv. Gli autori dei format televisivi in fondo hanno solo spiato e riprodotto i nostri momenti di maggiore emozione, perché l’emozione fa audience. E così le rimpatriate fra parenti hanno originato “carramba”, le burle “candid camera” e “scherzi a parte”, il voyeurismo il “grande fratello”, le barzellette “la sai l’ultima” eccetera. Ora l’emozione sta facendo, con la mania dell’animazione, il percorso inverso. E si porta dietro l’abito televisivo.

 

Posted by manlio collino at 18:27:41 | Permalink | Comments (6)