Wednesday, November 4, 2009

Compagni (di merende) risparmiati

Il senatore Rulettus non demorde e scrive nei commenti: « ti chiedo un chiarimento sulla prima delle due domande che ti ho fatto (“non trovo scusanti alla disonestà di Berlusconi. Come mai non la denunci nei tuoi post?”) Possibile che l’unico modo per sconfiggere il comunismo sia seguire un delinquente come Berlusconi?». Provo a rispondergli in questo post. Il comunismo non va sconfitto come idea o come movimento (in quelle vesti non esiste più), ma come sistema di conquista e di gestione del potere. Quello che più indispone nei compagni (a parte la loro spocchia intellettuale, il loro sentirsi moralmente superiori quando non lo sono affatto) è che nei metodi politici hanno conservato il peggio del veterocomunismo, che a sua volta si era ispirato al peggio del sistema ecclesiastico e nazifascista. Astuzie, ipocrisie gesuitiche, acrobazie strategiche, doppiopesismo morale, propaganda mendace, disinformazione sistematica, violenza demandata, infiltrazione paziente, demonizzazione del nemico, brogli elettorali, sprezzo tattico del proletariato…

La prova di ciò è il golpe giudiziario (mani pulite) col quale sono riusciti a sbarazzarsi della Dc e del Psi, cioè degli avversari più temibili di allora. Hanno fatto solo un errore: han voluto vendicarsi (debolezza molto staliniana) di chi aveva aiutato Craxi con le Tv, cioè Berlusconi. Silvio non era un politico, allora. Era un imprenditore rampante, moralmente disinvolto, né più né meno di tanti altri della sua e di precedenti generazioni. Sarebbe stato lietissimo di mettere le sue Tv a disposizione del Pds: a lui bastavano i dané. Come al vecchio Agnelli, il fondatore della Fiat, che flirtò col Duce quanto bastava per assicurarsi le commesse pubbliche e soprattutto quelle belliche. Ma Occhetto & C. lo volevano sul lastrico. Gli fecero togliere ogni fido dagli amici banchieri, e gli scatenarono contro le toghe rosse. Lui capì che, per non soccombere, doveva mettersi in plitica, e lo fece. E siccome era bravo a organizzare le cose, come tutti gli imprenditori veri, vinse nel ‘94 mandando in pensione Occhetto e la sua “gioiosa macchina da guerra”. Da allora i rossi gli hanno inflitto una vendetta ventennale che è costata miliardi a noi cittadini, e lo ha costretto a difendersi come poteva, cioè con le leggi “ad personam”, espedienti, trucchi. Ma non più di quanto avevano fatto altri imprenditori prima di lui, ed altri politici. Se fossero stati spesi il tempo, gli uomini e i soldi che sono stati spesi per indagare su Berlusconi nel fare lo stesso su Sereno Freato (il segretario di Moro, che, da povero che era, divenne padrone di mezza Toscana), su Ciarrapico, su Agnelli, De Benedetti, Tanzi, De Mita, Gava… sarebbero tutti in galera da anni.

Invece mi ricordo cosa disse De Mita col dito alzato, dopo la vittoria di misura (con sospetto di broglio) di Prodi: “Berlusconi risorge solo se ci suicidiamo noi”. Chissà se i compagni duri e puri gradirono quel “noi” che li accomunava ad uno dei più chiacchierati boss politici della prima repubblica. Stonava anche che parlasse di resurrezione uno che incarnava il concetto di immortalità politica. Nell’affondamento della corazzata Dc, tramato dalle sinistre ed attuato grazie ai siluri giudiziari di Tangentopoli, pochi politici restarono a galla. Chi si suicidò, chi finì in galera, chi la rischiò seriamente (come Andreotti) e chi la evitò “patteggiando”. Ma non in senso giuridico. Alcuni grossi calibri della politica avevano fiutato l’attacco rosso, e si erano premuniti raccogliendo prove delle colpe parallele degli attaccanti. Al momento giusto le barattarono con una resa onorevole: il loro ritiro dalla politica attiva (“conditio sine qua non” della manovra rossa) contro l’immunità giudiziaria. Fra essi il potentissimo De Mita, da allora ufficialmente in pensione, ma in realtà ben presente alle spalle di Mastella.

Basti citare due scandali, di proporzioni immense, che lo sfiorarono senza colpirlo: i 60mila miliardi (lire anni ’80) del terremoto, spariti nel suo feudo irpino, e i 40mila divorati dalla Parmalat del suo amico Tanzi, fallita mentre il sistema bancario non solo si girava dall’altra parte, ma si rifaceva sui risparmiatori truffandoli coi bond-spazzatura. Una sinistra che da decenni raccoglie oltre il 60% dei voti in regioni ricche come l’Emilia e la Toscana, o gravemente condizionate dalla camorra come la Campania, fa capire cosa intenda Berlusconi per “sistemi clientelari consolidati”. De Mita, a differenza del Cavaliere, non ha bisogno di risorgere perché non è mai morto. Non ha mai smesso di tessere a quel telaio fatto di misteri, favori, ricatti e spartizioni in cui i banchieri finiscono impiccati sotto i ponti o avvelenati dai caffè, la camorra tratta con le Br il riscatto dei Dc campani, i boiardi statali amanti dello spiritismo vanno al governo o a Bruxelles e i giudici fedeli vanno al parlamento o al Quirinale.

Posted by manlio collino at 15:35:37 | Permalink | Comments (8)